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Il dubbio di sé è una pietra angolare delle persone sagge (Proverbi 3:5-8; 12:15; 26:12). Le conversazioni autocritiche sui nostri comportamenti richiedono sicuramente una grande dose di umiltà. I dialoghi sui nostri smartphone spesso non sollevano nuove domande; ci riportano ai dilemmi di sempre che ogni generazione è costretta ad affrontare.

Prendete ad esempio Snapchat, l’ultimo fenomeno di “espressione istantanea”. In una delle mie interviste, un teologo mi ha suggerito che è difficile fare in modo che il tuo “sì” sia sì quando le tue parole scompaiono in pochi secondi (Giacomo 5:12). Ma i patiti della tecnologia che si ergono a paladini delle nuove tecnologie obiettano prontamente, proponendo una semplice constatazione: se le parole effimere condivise su Snapchat scompaiono in pochi secondi, le parole che esprimiamo a voce si dileguano nell’aria in alcuni centesimi di secondo. La tecnologia non rende le nostre parole più provvisorie. Casomai, le rende più durevoli. Se dobbiamo dare un resoconto di ogni parola oziosa, probabilmente la nostra è la prima generazione in grado di apprezzare veramente la quantità delle nostre parole oziose. Siamo sicuramente la generazione che ha pubblicato più parole di qualsiasi altra nella storia del genere umano.

Così, sebbene possiamo esaminare la nostra autenticità quando parliamo con messaggi che si autodistruggono intenzionalmente (come Snapchat o Instagram Stories), i nostri telefoni non rendono più transitorie o vuote le nostre parole, ma sollevano questioni che sono state affrontare in ogni generazione. Soltanto quando riconosciamo la validità di queste considerazioni, possiamo tornare a esaminare Snapchat.

Questo è il modo in cui spesso funzionano le conversazioni sui media digitali. Così ho iniziato il libro chiedendo una tregua. Possiamo ammettere che alcune delle questioni più importanti relative agli smartphone riguardano anche le conversazioni non digitali? Se un problema che affrontiamo nella nostra vita digitale riguarda anche contesti non digitali, questo non significa che la conversazione mediante la comunicazione digitale debba essere evitata. Di certo dovremmo concludere che le Scritture dimostrano la loro rilevanza anche nell’era digitale.

 

Lo schermo è specchio del mio cuore

L’ecologista dei mass-media Marshall McLuhan (1911-1980) ha ricordato alla sua generazione che la tecnologia è un’estensione del proprio sé. Una forchetta è semplicemente un’estensione della mia mano. La mia macchina è un’estensione delle mie braccia e delle mie gambe, quasi quanto “la macchina che va a piedi” di Fred Flintstone.

Allo stesso modo, il mio smartphone estende le mie funzioni cognitive. I neuroni attivi nel mio cervello sono un groviglio crepitante di scariche elettriche che si agitano nel mio cranio, e le dinamiche del mio pensiero assomigliano a un temporale del Kansas. Questa minuscola tempesta elettrica nello spazio microscopico del mio sistema nervoso si estende naturalmente ai miei pollici dando vita a minuscoli contatti elettrici all’interno del mio telefono, che si trasmettono al mondo tramite onde radio.

Tutto questo significa che il mio telefono segna un posto nel tempo e nello spazio, fuori di me, in cui posso proiettare le mie relazioni, i miei desideri e la piena portata della mia esistenza cosciente.

Troppo spesso, quello che il mio telefono mette in mostra di me non sono i santi desideri di quello che so che dovrei desiderare, nemmeno quello che penso di volere, e soprattutto non quello che voglio che tu pensi che io voglia. Lo schermo del mio telefono divulga, in pixel affilati come rasoi, ciò che il mio cuore desidera realmente. Lo schermo incandescente del mio telefono proietta nei miei occhi i desideri e gli amori che vivono negli angoli più remoti del mio cuore e della mia anima, trovando espressione visibile in pixel d’immagini, video e testi che io guardo e consumo, digito e condivido. Questo significa che qualunque cosa accada sul mio smartphone, specialmente sotto forma anonima, è la vera espressione del mio cuore, riflesso in pixel a colori, che si proietta in modo luminoso nei miei occhi.

Onestamente, questo potrebbe spiegare la necessità delle password. Entrare in un telefono è come sbirciare all’interno di un’altra anima. Se gli altri fossero in grado vedere ciò che abbiamo cliccato, aperto e cercato in rete forse potremmo vergognarci.

Che cosa potrebbe essere più inquietante? Se siamo sufficientemente onesti per affrontare le nostre abitudini legate agli smartphone, e usiamo questo libro come un invito a comunicare con Dio, possiamo aspettarci di trovare grazia a fronte dei nostri fallimenti digitali e in vista del nostro avvenire. Il Signore ci ama profondamente ed è ansioso di darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno nell’era digitale. Il sangue versato da Suo Figlio ne è la garanzia. Abbiamo bisogno della Sua grazia mentre valutiamo l’importanza degli smartphone, esaminando i pro e i contro, nel nostro percorso verso la vita eterna. Se li ignoriamo, non soltanto soffriremo ora, ma le generazioni dopo di noi pagheranno un prezzo molto alto.


Estratto da “12 Modi in cui lo Smartphone ci sta Cambiando”
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