Coronavirus: il Male, il Dolore, e Dio

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Quando la vita sembra prevedibile e sotto controllo, è fa­cile eludere le grandi domande o accontentarsi di risposte semplicistiche. Ma in questo momento la vita non è così, per nessuno di noi. Non sorprende che, qualunque sia la vostra fede o il vostro sistema di credenze, i grandi interrogativi della vita stanno venendo alla luce, e reclamano la nostra at­tenzione.

Il coronavirus ci mette tutti di fronte al problema del do­lore e della sofferenza. Questo, per la maggior parte di noi, è uno dei problemi più complessi della vita. L’esperienza ci rende giustamente sospettosi di fronte di “risposte” sempli­cistiche e a facili tentativi di venire a capo di problemi estre­mamente complessi.

Quello che voglio provare a fare, quindi, è proprio evitare questo tipo di “risposte”, e riflettere con voi, il più onesta­mente possibile, facendo ricorso ad alcune delle idee che mi hanno aiutato a lottare con queste domande difficili, dato che il coronavirus ha iniziato a cambiare tutto.

 

Male naturale e male morale

Vi starete chiedendo: perché abbiamo bisogno di un altro libro sulla questione della sofferenza quando ne sono disponibili così tanti? La risposta è che la maggior parte di questi libri si concentra sul problema del male morale. Questo libro invece si sofferma su quello che viene chiamato il problema del male naturale. La mia attenzione si fisserà principalmente sul coronavirus, ma anche su tutti i tipi di malattie e catastrofi naturali come i terremoti e gli tsunami.

Il dolore e la sofferenza provengono da due fonti ben distinte.

In primo luogo, c’è la sofferenza come risultato di disastri naturali e malattie, di cui l’uomo non è (direttamente) responsabile: terremoti, tsunami, tumori e il coronavirus. Questo porta al problema del dolore, o, come viene spesso chiamato, il problema del male naturale. Questa terminologia è un po’ infelice, poiché la parola “male” ha una connotazione morale, mentre i terremoti oppure i virus, non hanno in sé una rilevanza morale.

In secondo luogo, c’è una sofferenza di cui gli uomini e le donne sono direttamente responsabili: atti di odio, terrorismo, violenza, abusi e omicidi. Questo ci porta al problema del male di ordine morale.

Certo, il male morale e quello naturale sono spesso collegati. La situazione è complicata poiché l’uno può portare all’altro: l’avida deforestazione per fini commerciali può determinare l’aumento della desertificazione che, a sua volta, può portare alla malnutrizione e alle malattie. Ma l’epidemia di coronavirus sembra essere principalmente un caso di male naturale (anche se il male morale qui si annida nel diffondersi un di panico egoistico quanto ingiustificato per l’acquisto e l’accaparramento di cibo). Inevitabilmente, i teorici della cospirazione cercheranno di incolpare qualche agente umano. Gli esseri umani sono coinvolti nella trasmissione del virus, ma non deliberatamente o egoisticamente: e l’ipotesi più accreditata è che il virus sia passato agli esseri umani tramite gli animali.

Senza dubbio ci saranno polemiche e recriminazioni ancora per molto tempo, alla luce delle misure adottate da ogni Paese per contrastare il coronavirus. Ma nulla di tutto ciò servirà ad affrontare la crisi più profonda, né ci aiuterà a sapere come reagire nel modo migliore a livello individuale.

La risposta che daremo dipenderà inevitabilmente dalla nostra prospettiva. Il modo in cui il coronavirus appare a una donna anziana infetta, in bilico tra la vita e la morte in terapia intensiva, è molto diverso da come appare al medico che la sta curando, o al familiare che non può visitarla, o al pastore che vorrebbe aiutarla. Un’altra preoccupazione per molti di noi è se siamo positivi, o lo siamo stati; e se possiamo trasmettere il contagio o l’abbiamo trasmesso a qualcun altro.

Ognuno di noi ha bisogno di dare un senso al coronavirus in tre modi diversi: intellettualmente, emotivamente e spiritualmente. Tutti sono importanti, e insieme rappresentano una sfida formidabile per chiunque.

Tutti noi desideriamo avere chiarezza intellettuale, e molte persone passeranno ore a guardare i telegiornali e a cercare su internet nella speranza di raccogliere qualche nuova informazione che possa aiutarli a comprendere cosa sta accadendo. Tuttavia, l’analisi intellettuale non penetra facilmente attraverso un velo di lacrime. Come si fa a dare un senso, o a infondere speranza, in situazioni devastanti, anzi irreversibili? Le domande profonde scorrono in un flusso senza fine, e forse sono un fiume anche per voi che state leggendo: perché è successo a me oppure a loro? Perché loro si sono infettati e sono morti e io sono stato risparmiato? Dove posso trovare sollievo al mio dolore fisico e mentale? C’è speranza?

 

Disastri e visioni del mondo

Non pretendo di avere tutte le risposte, ma lasciatemi parlare di un’esperienza personale almeno per un momento. Alcuni anni fa, un dolore al petto mi segnalava che qualcosa non andava per niente bene. Fui ricoverato d’urgenza in ospedale, dove la situazione fu considerata così grave che dovetti dire addio a mia moglie. Un abile intervento medico mi ha salvato in un attimo da un gravissimo attacco di cuore che, con ogni probabilità, sarebbe stato fatale. In un certo senso, un autentico terremoto aveva squassato il mio cuore.

Questo tipo di esperienza lascia un segno nella vita di chiunque. Personalmente mi ha impartito una grande lezione. Mi ha insegnato che ero mortale e vulnerabile; e ora sento che la mia vita mi è stata restituita come un dono prezioso da custodire. Ha portato un senso di maggiore urgenza in relazione allo scopo della mia vita e nell’ottica della chiamata che ho ricevuto.

Quasi contemporaneamente al mio infarto, mia sorella perse la figlia ventiduenne (appena sposata) a causa di un tumore maligno al cervello. Se devo ringraziare Dio per la mia guarigione (come d’altronde faccio) cosa dovrei dire di Dio a mia sorella? E cosa dirò di Dio quando si tratta di una pandemia come il coronavirus, dove non si vede alcun aspetto positivo, ma solo un disastro senza soluzione di continuità? C. S. Lewis una volta scrisse una lettera che sarà compresa dalla maggior parte di noi:

È davvero difficile credere che il travaglio [le difficoltà] di tutta la creazione, che Dio stesso ha scelto di condividere scendendo fino a noi facendosi uomo, possa essere necessario nel processo di trasformazione di creature finite (con una volontà libera) per… renderci simili a Lui.

E ora potremmo aggiungere il coronavirus alla lista.

Quella lettera è stata scritta da un ateo che è diventato cristiano all’incirca a metà della sua vita e che ha approfondito i problemi del dolore, della sofferenza e del male in due libri. Entrambi illustrano come il nostro atteggiamento nei confronti di questi temi profondi sia influenzato dalla nostra visione del mondo: uno scenario composto nel corso degli anni, che contempla il pensiero e l’esperienza che ognuno ha elaborato a fronte delle grandi questioni della vita, della morte e del senso dell’esistenza umana. Tutti noi abbiamo una tale prospettiva di riferimento, per quanto poco ci abbiamo pensato.

James Sire, in un libro molto interessante intitolato The Universe Next Door (l’universo della porta accanto), sottolinea che ci sono essenzialmente soltanto tre grandi famiglie di visioni del mondo. In primo luogo, c’è la visione teistica del mondo, sostenuta dalle tre religioni abramitiche: il giudaismo, il cristianesimo e l’islam. Questo insegna che c’è un Dio che ha creato e sostiene il mondo e che ha dato vita agli esseri umani a Sua immagine (notate che ho detto “famiglie” di visioni del mondo: ci sono poi varianti cruciali all’interno di ogni categoria, come vi dirà ogni ebreo, cristiano o musulmano che prende sul serio il proprio testo sacro).

In secondo luogo, c’è l’estremo opposto dell’approccio teistico: la visione del mondo ateistica, che sostiene che questo universo (o multiverso) è tutto ciò che c’è; non c’è una dimensione soprannaturale. Terzo, c’è la visione panteistica del mondo, che fonde i concetti di Dio e del mondo in un’unica entità impersonale.

Sono anche ben consapevole che ci sono persone che hanno una prospettiva scettica o agnostica. Ma nessuno è scettico o agnostico su tutto e così, nel profondo, la maggior parte delle persone si inserisce da qualche parte in una delle tre visioni del mondo appena menzionate.

Anch’io mi inserisco in questo quadro. Io ho una precisa visione del mondo. Sono un cristiano, e quindi cercherò di chiarire perché penso che il cristianesimo abbia qualcosa da dire sulla questione dei disastri naturali come il coronavirus, qualcosa che non si trova altrove. Forse sarai d’accordo con me, oppure no. Ma mi auguro che terminerai questo libro comprendendo per quale motivo chi crede in Gesù sia in grado di parlare di speranza e di provare un senso di pace, persino in un mondo di incertezza in cui la morte si è affacciata improvvisamente e con prepotenza.

 

 


 

Questo è un estratto dal libro
“Dov’è Dio nella Pandemia?”
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