La Giusta Scontentezza

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Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù” (Filippesi 3:12).

Apprezzo che l’apostolo Paolo, un uomo di Dio che aveva raggiunto un elevato livello di maturità cristiana, dica in questa occasione: “Io non ci sono ancora arrivato”. Se lui può confessare questa “santa scontentezza”, allora possiamo ammetterla liberamente anche noi.

Eppure dobbiamo ricordare che stiamo parlando di una “santa scontentezza”, il che significa che non si tratta di una insoddisfazione riferibile a Cristo o alla nostra salvezza, ma di una incompiutezza che riguarda noi stessi e tutto ciò che in noi è diverso rispetto a Cristo. Questo non vuol dire che non sappiamo gioire dei buoni doni di Dio; significa unicamente che non dovremmo cercare l’appagamento nei Suoi doni a scapito di Colui che rappresenta il Datore di ogni vero bene.

Siamo di fronte a un punto cruciale. Non vi sto invitando al tipo di scontentezza che vi lascerebbe pieni di ansia, paura o un costante senso di disapprovazione da parte di Dio nei vostri confronti.

No, voglio incoraggiarvi ad avere quell’insoddisfazione che spinge ad adorare più coraggiosamente di quanto si faccia usualmente, quell’insoddisfazione che vuole sapere di più delle Scritture. Questo è il tipo di scontentezza che ci spinge a pregare più intensamente e con più forza di quanto abbiamo fatto fino ad ora.

Va precisato che questa scontentezza non equivale a rimanere in un colpevole stato d’inerzia. A volte possiamo essere così insoddisfatti che semplicemente ci arrendiamo, presumendo che non avremo la possibilità di crescere, e non sperimenteremo mai la vera gioia. Se ci soffermiamo sulle nostre debolezze o aree di disfunzione senza che la Parola di Dio ci confermi che siamo approvati eternamente in Cristo e pienamente giustificati al Suo cospetto, possiamo entrare nella “paralisi dell’analisi”. Di contro, la “santa scontentezza” di cui parla l’apostolo Paolo, è un’irrequietezza che ci spinge a sperimentare in modo sempre più vitale la gioia dell’Evangelo. Egli fronteggia la sua apatia ed esamina le proprie energie da diversi angoli prospettici.

Dice: “Una cosa faccio” (Filippesi 3:13), ma come accade ad ogni buon predicatore elenca poi ben cinque aspetti. Alla luce di Filippesi 3:13-16 possiamo identificarli in questo modo:

  1. Dimenticare ciò che sta dietro.
  2. Protendersi in avanti verso ciò che ci aspetta.
  3. Correre verso l’obiettivo.
  4. Pensare “in questo modo”.
  5. Rimanere fedeli a ciò che abbiamo raggiunto.

Il primo esercizio è cruciale in vista di un “santo malcontento”, che non è certo peccaminoso e non si rivela quindi fonte di tristezza e demoralizzazione. “Dimenticare ciò che sta dietro”. Questa dimenticanza non può riferirsi a tutto ciò che è alle nostre spalle. Non può essere una dimenticanza “a tutto tondo”, poiché molto spesso, nelle Scritture, Dio esorta il Suo popolo di ricordare. Nell’Antico Testamento, li costringe costantemente a costruire altari in grado di custodire la memoria. Egli comanda loro di ricordare la Sua fedeltà mostrata nei confronti dei patriarchi e, quasi in modo speculare, la dedizione dei patriarchi nei Suoi confronti. Perciò l’apostolo Paolo non sta dicendo: “Dimentica ogni cosa”. In I Corinzi 15:1, egli dice anche: “Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato”.

In realtà, quello che sta raccomandando, è la disponibilità a dimenticare tutto quello che potrebbe ostacolarlo nella sua ricerca di Gesù Cristo. Questo impedimento può essere rappresentato da una sequenza di momenti veramente elevati a cui seguono dei periodi di stasi. Come si spiega questo andamento altalenante? Perché sperimentiamo dei picchi?

Tutti abbiamo ottenuto delle vittorie nel passato, momenti in cui abbiamo superato delle prove e avuto la meglio su situazioni veramente deprimenti. Durante la vita cristiana, realizziamo delle esperienze profondamente positive. Queste vittorie possono essere un promemoria della grazia di Dio e della potenza che accompagna i Suoi interventi. Ma possono suscitare anche una sorta di compiacimento e renderci pigri se solamente siamo tentati di adagiarci su quelle vittorie temporanee. In I Corinzi 10:12, l’apostolo Paolo avverte i credenti a questo proposito: “Perciò, chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere”. Quando esultiamo per le vittorie del passato faremmo bene a vigilare sulla nostra condizione spirituale. Quei ricordi sono grandiosi, ma non sono di grande aiuto per superare la situazione che dobbiamo affrontare proprio oggi. “Chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere”, in questo senso significa “non vivere sugli allori legati alle vittorie di ieri”.

La vittoria di ieri ti è stata donata dalla “grazia” di ieri. L’oggi si presenta con l’esigenza di una grazia completamente nuova. Le Sue compassioni sono nuove ogni mattina, come la manna. La “grazia” di ieri è inadeguata a far fronte alla lotta che devi affrontare oggi.

Non sono soltanto le vittorie del passato quelle a cui dobbiamo prestare particolare attenzione, ma ovviamente anche ai fallimenti. Dobbiamo stare attenti a non lasciare che la nostra ricerca di Gesù Cristo sia influenzata da qualcosa di oscuro che nascondiamo dentro di noi, si tratti di peccato o di una lotta più o meno inconfessata. Se è stato qualcosa di brutto che abbiamo fatto o qualcosa di negativo che abbiamo subito, dobbiamo portarlo ai piedi di Cristo e non lasciare che sia d’ostacolo nella nostra ricerca.

È così facile impantanarsi nella convinzione che ciò che abbiamo fatto o le cose che abbiamo passato non possono essere superate. Riteniamo che la situazione sia senza rimedio, non sanabile ed è un po’ come se stessimo dicendo che ormai non siamo più curabili. Ricorda le parole dell’apostolo Paolo: “Dimenticare ciò che sta dietro”. Se rifiutiamo di dimenticare queste cose, alla fine, cadiamo in una sottile forma di orgoglio. Nel fare questo partiamo dal presupposto che il nostro caso sia praticamente senza precedenti, e quindi come se fossimo un problema troppo grosso per Gesù. Siamo l’unica porta che Egli non può aprire. Viviamo l’unica situazione per cui la croce di Cristo è inadeguata. Oh, certo, può salvare Paolo, può liberare Pietro e può fare nuove tutte le cose. Ma non me! Io ho la kryptonite contro la grazia. Ed è così che il rifiuto di dimenticare ciò che sta dietro si trasforma in una sottile forma di orgoglio.

D’altro canto, in virtù della croce e tenuto conto che la salvezza proviene soltanto da Cristo, possiamo effettivamente vantarci del nostro passato oscuro. No, non ci vantiamo del peccato o della vecchia vita, ma abbiamo in animo di magnificare le meraviglie della grazia e della misericordia di Cristo. Nel capitolo introduttivo della prima lettera a Timoteo, Paolo lo fa splendidamente:

Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna” (vv. 12-16).

Altrove, dice: “Se bisogna vantarsi, mi vanterò della mia debolezza” (II Corinzi 11:30). È questa coraggiosa esposizione della propria inadeguatezza e peccaminosità che in Filippesi 3 spinge l’apostolo Paolo a una onesta confessione: “Non che abbia ancora raggiunto il premio …”.

Il fatto che non si consideri all’altezza non lo fa zoppicare. Anzi, è per lui un indicatore. Può vantarsi delle sue debolezze proprio perché sa che nella Parola di Dio c’è potenza, ed è a disposizione di tutti quelli che umilmente confessano la propria debolezza.

 


Estratto da “Vivere è Cristo, Morire è Guadagno”
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