I Militi Ignoti dell’Evangelo

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Q. N. D. S.

Cosa significa quella strana sigla?

La si incontra talvolta su antichi monumenti cristiani. Nelle iscrizioni, soprattutto, che si leggono con riverenza sulle tombe o nelle cripte dove sono state raccolte le ossa di un certo numero di martiri di Gesù Cristo. Dopo i nomi di uno, di due, di tre confessori, che avevano suggellato con il sangue la loro fede, seguono le parole: et alii (e altri) q. n. d. s.

Molto probabilmente le quattro lettere Q. N. D. S. sarebbero rimaste per noi un enigma, che gli epigrafisti cercherebbero ancora di sciogliere ognuno a modo proprio, se iscrizioni più complete, su altri monumenti, non ne avessero svelato il mistero: Quorum Nomina Deus Scit –  il cui nome Iddio conosce.

“Q. N. D. S.”: è sempre con una certa commozione che, peregrinando qua e là, rivedo le quattro lettere incise su una superficie di marmo levigato, sopra una pietra più rozza, o su parete semidiroccata, vicino a qualche affresco che i secoli hanno ormai sbiadito. Mi fermo, allora; penso a tutti quei credenti sconosciuti, le cui ossa dormono e la cui anima vive nel trionfo; considero il loro sacrificio, il loro martirio, la loro fede in quel Dio che li conosceva, e m’inchino silenzioso davanti ai militi ignoti delle schiere di Gesù Cristo di cui il mondo non era degno.

Più di una volta, evocando i primi annunciatori dell’Evangelo nella Città eterna, ho ripensato alla sigla che veicola un significato così alto. Anche quegli araldi furono militi ignoti, che soltanto Dio conosce. Non sappiamo nulla di loro, né il nome, né l’età, né la professione, né la maggiore o minor cultura, né il loro grado di consapevolezza a livello spirituale.

Non sappiamo dove e da chi avessero attinto quella fede che desideravano annunciare ad altri e quell’amore che li spingeva all’opera; e invano cercheremo di sollevare il velo che ci impedisce un’adeguata comprensione.

La chiesa di Roma non ebbe un’origine apostolica, se con questa espressione si allude alla fondazione e alla cura da parte di un apostolo, magari protrattasi negli anni. Infatti, se ci sono tracce che testimoniano della presenza a Roma di Pietro, nell’ultima fase della sua vita, dove potrebbe aver glorificato Dio con il martirio, la tradizione dei venticinque anni di episcopato, di cui non si ha alcuna traccia prima del quarto secolo, va rubricata nel novero delle leggende.

E nondimeno la chiesa della Capitale ebbe origine apostolica, se con questa espressione si intende che i suoi anonimi fondatori predicarono, vissero e operarono secondo l’insegnamento e lo spirito degli apostoli.

Del resto, ciò che accadde a Roma, si verificò anche in altri numerosissimi centri del mondo antico.

Vi furono, giova ricordarlo, missionari ufficiali, se così possiamo dire, chiamati alla luce di una vocazione particolare a dedicarsi alla diffusione dell’Evangelo e a fare di quel compito l’occupazione e la preoccupazione unica e costante della loro vita.

Ma non è a quei missionari e insegnanti, riconosciuti più o meno ufficialmente dalle chiese, che si deve la diffusione del cristianesimo nel mondo antico. La causa principale di quell’espansione e dei suoi progressi così rapidi, la troviamo nell’incessante e spesso eroico proselitismo svolto da ogni singolo credente. E quando parliamo di ogni singolo credente intendiamo dire uomini e donne. Basta, infatti, una semplice lettura del Nuovo Testamento e degli scritti post-apostolici per avere un’idea della parte importante che ebbero le donne, sia nella propagazione della fede cristiana, sia nella vita, alla luce della feconda operosità di cui diedero prova nell’ambito delle chiese. Il cristianesimo presentava una particolarità assolutamente nuova e del tutto ignota alle religioni antiche: chiunque lo professasse seriamente doveva per necessità di cose adoperarsi alla sua diffusione. Fede e testimonianza, o annuncio evangelico, non si potevano scindere. Il vero credente era in pari tempo un evangelizzatore; egli non poteva non comunicare agli altri quella Buona Novella nella quale aveva trovato la sua felicità e la redenzione: “Voi mi sarete testimoni”, aveva detto Gesù. La testimonianza faceva parte della credenza, era a essa implicita; si trattava di un preciso dovere, un obbligo imposto dall’imperativo più veemente della coscienza cristiana. Ogni fedele degno di questo nome poteva ripetere le parole dell’apostolo Paolo: “… necessità me n’è imposta, e guai a me se non evangelizzo”.

Troviamo quindi “evangelizzatori” un po’ ovunque e in tutte le classi sociali. Agli occhi di chiunque abbia qualche conoscenza dell’antica letteratura cristiana, emergono i vividi esempi di mercanti, artigiani, militari, di umili schiavi, di ricchi padroni, di insegnanti e pedagoghi, di medici, di filosofi, di retori, di avvocati fattisi volontari e volenterosi araldi della nuova fede. Da una parte quei fedeli divulgavano l’Evangelo con la parola, dall’altra lo facevano risplendere nelle virtù morali di cui davano prova. Quello che maggiormente colpiva i pagani dall’animo spregiudicato e sincero era la vita dei credenti (il cristianesimo si presentava soprattutto come una vita, un genere di vita, una dottrina della vita). A impressionare era la vita dei credenti con la sua santità, con le sue manifestazioni di amore, con la sua forza spirituale, con la sua misteriosa allegrezza, con i trionfi sulla sofferenza e con il fascino del martirio.

La società pagana non sarebbe andata a cercare la fede nelle case in cui si radunavano i cristiani, in cui i profeti esortavano e i dottori impartivano i loro insegnamenti. Fu la fede, quindi, che si mosse, e cercò la società dovunque e con tutti i mezzi, mediante la propaganda attiva, perseverante, spesso ingegnosa, di missionari spontanei, che all’occasione sapevano insinuarsi ovunque, che non indietreggiavano davanti alle ripulse e non conoscevano nessun ostacolo.

 


Estratto da “Paolo Conquista Roma”
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