Risposte Vere a un Mondo Pieno di Male, Dolore e Sofferenza

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Mentre scrivo la mia cara amica Brenda è appena morta. Aveva 36 anni e lascia un marito e tre figli, la più giovane è una bambina di appena cinque mesi.

Qualche giorno fa, al seguito della bara in occasione del suo servizio funebre, tenevo la sua bambina tra le mie braccia. Mi sono trovata a chiedere: c’è qualche spunto di speranza in questa situazione apparentemente priva? C’è qualche conforto per una figlia che crescerà senza ricordare sua madre? Esiste un Dio amorevole che possa riversare il Suo affetto e il Suo conforto in un cuore in lutto? Dio è davvero lì in tutto il nostro dolore e nell’angoscia per la perdita?

In questo momento mi trovo a lavorare a casa per via del blocco delle attività decretato dal governo. Sono in isolamento con la mia famiglia. Il bilancio delle vittime di COVID-19 ha raggiunto cifre impressionanti. Siamo rimasti tutti scioccati nello scoprire quanto siamo vulnerabili e indifesi contro un virus microbico che ha colpito i nostri cari, ha chiuso i confini, i negozi e i ristoranti e ha fermato l’economia di metà del pianeta. Dov’è Dio nella paura, nella sofferenza e nel dolore di questa pandemia globale?

Se hai iniziato a leggere queste parole, presumo che tu voglia pensare, mettere in discussione e considerare cosa significhi soffrire, e dove potrebbe collocarsi Dio in mezzo a tutto ciò. Voglio che tu sappia fin da ora che non intendo tentare di “guarirti” o di “aggiustare” il modo in cui provi dolore. Spero piuttosto che le riflessioni contenute in questo libro possano essere per te una compagnia utile e valida mentre consideri dove potrebbe essere il Signore in questo mondo pieno di sofferenza.

I libri sulla sofferenza scritti da austeri accademici, raramente si collegano in modo concreto alla vita delle persone che stanno realmente soffrendo. Lavoro stabilmente a Oxford e, durante la mia vita, ho avuto l’opportunità e il privilegio di studiare e insegnare. Sono stata indotta a riflettere a lungo su alcune delle domande più difficili che caratterizzano la condizione umana. In tutto ciò, ho capito che se la fede cristiana vuole essere degna di considerazione, deve essere abbastanza robusta da far fronte alle verifiche sul piano logico e dimostrare di essere in grado di rispondere alle domande più ardue.

 

Solo abbi fede?

Una delle cose peggiori che le persone religiose possono dire a qualcuno che soffre è: “Non chiederti perché”, unitamente a esortazioni caritatevoli del tipo: “Non pensarci” o “abbi soltanto fede”. Questo genere di affermazioni sono sicuramente inutili.

Una risposta ben ponderata, a fronte delle nostre esperienze dolorose, potrebbe rappresentare un momento davvero importante per rappacificarci con delle vicende terribili che ci sono accadute. Ma vorrei suggerire che potrebbe trattarsi, al tempo stesso, di un momento cruciale nell’ambito dell’approfondimento della fede cristiana.

La Bibbia è piena di domande che le persone rivolgono al Signore, o che comunque sono pertinenti al Suo operato, proprio mentre si trovano ad affrontare la sofferenza umana. Domande come: Perché permetti che ciò accada? E, dove sei Dio in tutto questo? Perciò, se stai leggendo questo libro mentre vivi un’esperienza di sofferenza personale che ti induce a mettere in discussione e ripensare ogni cosa, vorrei ringraziarti per avermi permesso di partecipare alle tue riflessioni. Spero che nel ponderare le considerazioni proposte in questo libro, tu possa scoprire che la fede cristiana può essere una casa accogliente sia per chi è intellettualmente curioso, sia per chiunque stia affrontando una stagione dolorosa. Domande e dubbi non sono pericoli da evitare o argomentazioni da passare sotto silenzio, ma possono essere dei compagni lungo un cammino che conduce a una più consapevole relazione con il Signore e a una genuina disamina della propria fede.

 

Da dove vengo

Probabilmente ci sono altre cose su di me che dovresti conoscere prima di iniziare a intraprendere questo viaggio insieme. Sono forse un’accademica chiusa nella sua torre d’avorio che cerca risposte a questa domanda come se fosse un enigma da risolvere?

No…

Per quanto mi riguarda, la mia esperienza personale ha colorato vividamente le domande che mi sono posta sulla sofferenza. Sebbene io sia una scrittrice, una pensatrice e un insegnante, ho trascorso quattordici anni della mia vita in quartieri svantaggiati della città. Ho vissuto per sette anni alla volta in due dei quartieri più problematici e pericolosi della Gran Bretagna. Da adolescente fui aggredita a livello fisico, ma, cosa più significativa, durante i miei primi trenta anni ne ho trascorsi almeno due sotto la costante minaccia di una violenza tangibile (stupro e omicidio).

Durante il mio servizio nella chiesa locale, ho anche vissuto a stretto contatto con delle persone care che sperimentano una profonda sofferenza. Quando tieni un bambino morente tra le braccia in un ospedale e piangi con gli amici per la perdita del loro piccolo, è chiaro che tutte le migliori teorie sul senso della sofferenza risuonano decisamente vuote. Una volta ho sentito un accademico durante una conferenza affermare schiettamente che la sofferenza umana può essere paragonata a un cane portato dal veterinario per le vaccinazioni. Il cane non può comprendere lo scopo di quelle iniezioni dolorose, anche se alla fine è per il suo bene. Sul serio? Ero completamente sconvolta da quella illustrazione e, in effetti, piuttosto irritata. Ascoltare e piangere al fianco di persone che sono sopravvissute alla violenza sessuale e domestica o con i parenti delle vittime di omicidi, colora il mio approccio a questa domanda sulla presenza di un Dio d’amore frutto di una assidua frequentazione di persone che sperimentano le sfide quotidiane legate a una schiacciante povertà, ai debiti, alle estorsioni, alle molestie e al degrado.

Dobbiamo tutti essere onesti nel riconoscere che l’esperienza personale modella inevitabilmente i nostri pensieri di fronte al problema della sofferenza e del male. Per me questa domanda è profondamente personale, non certo astratta o teorica. Come possiamo dare significato alla sofferenza nel mondo che ci circonda, in modo particolare quando il dolore lambisce la nostra vita da vicino?

 

Da vicino e personalmente

A livello ancora più personale, mentre scrivo questo libro, io e mio marito stiamo riflettendo sulla gravità e l’estensione dell’abuso che lui ha subito da bambino. Alla luce di alcuni documenti che sono venuti in nostro possesso recentemente, abbiamo fatto nuove scoperte sull’orrore dei trattamenti che gli sono stati inflitti. Ci sono volute settimane per trovare l’energia emotiva per leggere i resoconti degli atti processuali e i vari referti medici. A volte avevamo la sensazione di guardare il male direttamente in faccia. La persona con cui condivido la mia vita più da vicino, ha dovuto subire un trauma inimmaginabile.

Affrontare i motivi per cui un Dio amorevole possa permettere la sofferenza, oppure chiedersi dove si trova mentre soffriamo, non è una materia che qualcuno di noi può sezionare con strumenti sterilizzati in un laboratorio asettico, al riparo da qualsiasi influenza esterna, senza parzialità o coinvolgimento a livello personale. Di fatto, anche quando ci poniamo queste domande, viviamo qui, in questo mondo, nel quale, alle persone che amiamo accadono cose brutali, insensate e alle volte tragiche. Questo libro vuole essere una riflessione dal punto di vista cristiano, in mezzo a un mondo oscuro, sui motivi per cui esiste una simile sofferenza. Vogliamo capire se il Signore è veramente amorevole, e comprendere come Dio interagisce con le persone sofferenti.

Una mia cara amica di università è morta un anno dopo la nostra laurea in un tragico incidente mentre era in viaggio in un paese del Sud America. Al suo funerale, una folla di ventenni che avevano da poco iniziato le loro prime esperienze lavorative, si era riunita intorno al suo feretro. Ricordo che uno di loro disse: “Il dolore è il prezzo che paghiamo per l’amore?”. Il dolore è e rimane costantemente un’esperienza strana e sconcertante. Il dolore implica paura, tristezza, lacrime, un senso di smarrimento e forse anche una rimozione della perdita. E poi, mentre la vita va avanti, i sentimenti intensi si attenuano ma qualche volta riemergono in maniera del tutto inaspettata. Un momento prima la vita gorgoglia e poi all’improvviso, dal nulla, si abbatte un’onda di dolore e tristezza, schiantandosi rovinosamente su di te, minacciando di affogarti, risucchiandoti la vita stessa dai polmoni. Ti rendi conto che la persona che hai perso non è più li, e non vedrai mai più il suo volto.

 

Il prezzo dell’amore

Nel Salmo 23, un antico poeta Ebreo descrive con vigore questa esperienza, presentandola come “la valle dell’ombra della morte”. Quest’ombra si proietta in modo particolarmente intenso su colui che ha amato più intimamente la persona che è morta, ma tocca tutti coloro che conoscevano quel caro che ci ha lasciato. Forse è proprio vero che il dolore è il prezzo dell’amore, come ha detto il mio amico.

Al funerale del bambino di alcuni cari amici, il servizio è iniziato con il pensiero che questo prezioso neonato non aveva mai conosciuto un giorno senza amore. Il dolore e la sofferenza di chi lo amava di più erano il costo di quell’amore. Era amato.

Ritengo che l’amore sia l’elemento fondamentale per affrontare gli interrogativi sul dolore e la sofferenza, e in modo particolare la domanda: “Dov’è Dio quando c’è sofferenza?”. L’amore sembra il motivo predominante per cui la sofferenza ti fa sentire così disperato. La sofferenza ci sembra un’ingiustizia a causa del nostro amore per un’altra persona che è in difficoltà. Istintivamente ci arrabbiamo contro quella situazione, che reputiamo ingiusta, poiché siamo consapevoli che le persone meritano amore e dignità. E quando soffro, la domanda con cui sto combattendo a livello più profondo è proprio questa: sono amato? E se sono veramente amato, perché questa cosa accade proprio a me?

Quando poniamo questo tipo di domande, presumiamo che le persone abbiano un valore intrinseco e sacro, in virtù della loro condizione di esseri umani; e che io ho valore proprio perché sono umano. Ma possiamo dare per scontato che l’amore è una premessa fondamentale da cui porre domande sulla sofferenza e sul Signore? L’amore è davvero così importante, quando cerchiamo di analizzare l’esperienza umana della sofferenza e la domanda su dov’è Dio, mentre stiamo soffrendo? Non c’è altro modo di esaminare questa domanda che non sia radicato in una prospettiva relazionale, e in tutto ciò che proviene dal presupposto dell’esistenza di un Dio amorevole? Possiamo anche affermare in modo espressivo che la sofferenza è un’ingiustizia, e non semplicemente una circostanza avversa?

Sono proprio queste le domande che vogliamo analizzare per prime.


Articolo tratto da
“Dov’è Dio quando c’è la sofferenza?”
(clicca sull’immagine per ordinare)

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