Una Voce che Sostiene

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Nell’avvertire il popolo di tracciare una netta linea di demarcazione nei rapporti con le nazioni che popolano la terra promessa, il Signore mostra tutta la radicalità della Sua visione. La ragione di questa esortazione a non mischiarsi con le nazioni pagane risiede nella devozione di queste ultime a una religione perversa e a un’idolatria ispirata da entità demoniache. Queste persone sono in balia di indovini e pronosticatori di ogni sorta, che inducono il popolo a deviare dalla vera adorazione e dall’ubbidienza ai disegni divini (Deuteronomio 7:4).

Tutti i popoli che abitavano nella terra promessa rendevano il culto a diverse divinità legate alle forze della natura, per accrescere la fertilità, moltiplicare i raccolti e godere di una costante prosperità. La visione del futuro di queste nazioni era condizionata dalla superstizione legata a queste sedicenti rivelazioni che provenivano dall’oltretomba. La loro religiosità era caratterizzata da un autentico terrore nei confronti degli dei, e questo induceva le persone a ricorrere a ogni pratica bizzarra volta a placare l’ira di queste entità capricciose e ostili. Non di rado si faceva ricorso a sacrifici umani, a riti orgiastici e pratiche cultuali bizzarre che sembravano alzare enormemente il prezzo della prosperità e del favore al quale i praticanti ambivano.

Di fronte a questo politeismo, prerogativa di quelle nazioni pagane, il Signore desidera che il Suo popolo stia lontano da queste pratiche rendendo il culto all’unico vero Dio, il quale per mezzo della Sua Parola ha segnato il destino e la visione di un popolo scelto per amore, e non perché fosse migliore delle altre popolazioni che popolavano la terra. Il Signore desidera che il Suo popolo non dimentichi la relazione diretta che intercorre tra la prosperità e la fedeltà alla Parola. Giustamente, Egli dichiara che la parola del nabi (ebr. per profeta) sarà destinata a sostenere il popolo e non certo il pane che viene dalla terra, il quale è frutto della benedizione del cielo: “Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del SIGNORE” (Deuteronomio 8:3; cfr. Matteo 4:4).

La parola che procede dalla bocca del Signore alimenterà stabilmente chi confida in essa, e tale parola diventerà una visione centrata sui principi e sui valori divini espressi in quei comandamenti. Il profeta, quindi, ha il gravoso compito di far sì che il popolo non dimentichi Colui che lo ha sostenuto ricordando costantemente il luogo in cui, anche per il futuro, troverà nutrimento in abbondanza. Non c’è nessun dubbio che questa concezione della parola fornisca una visione caratterizzata da una totale dipendenza dalla provvidenza divina, in contrapposizione alla superstizione idolatra e alla superbia di chi, dimenticando Dio, finisce per ritenere che la sua forza e la sua saggezza gli abbiano procurato ciò di cui dispone (Deuteronomio 8:11-14).

Seguendo questa linea, ci possiamo imbattere in molti altri passi che espongono chiaramente il significato della funzione del nabi. In Isaia, ad esempio, troviamo scritto: “Va’, e di’ a questo popolo” (Isaia 6:9). Anche a Geremia il Signore rivolge questa parola: “… perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò e dirai tutto quello che ti comanderò” (Geremia 1:7); a Ezechiele il Signore dice: “Io ti mando ai figli d’Israele… tu dirai loro” (Ezechiele 2:3, 4). Alla luce di queste e altre ricorrenze e in ossequio alla successione profetica richiesta dal Signore e annunciata da Mosè nel capitolo 18 di Deuteronomio, vediamo che nell’Antico Testamento trova conferma l’essenza del ruolo profetico affidato ai nabi. Il vero profeta deve farsi strada in mezzo a quanti offuscano la vista con bende magiche e trasmettono una visione distorta di Dio, che fanno della profezia una moneta di scambio per ottenere delle manciate d’orzo e dei pezzi di pane da prendere al volo rincorrendo una visione vana (Ezechiele 13:17-23).

Volendo approfondire ulteriormente il concetto, è interessante risalire alla radice da cui deriva il termine nabi, vale a dire nabha, che significa “ribollire o fluire”: l’attività profetica rimanda all’idea di un uomo che parla mosso da una prorompente spinta interiore che ribolle e sale in superficie. Come disse Gesù: “Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Giovanni 7:38), alludendo allo Spirito Santo che avrebbero ricevuto coloro che credevano in Lui. Quindi, l’enfasi posta sulla pienezza dello Spirito Santo evoca in qualche modo il ruolo del profeta. Quest’opera soprannaturale fa sgorgare il messaggio di Dio e quindi permette che ciò che viene attivato interiormente fluisca all’esterno. Le parole di Gesù sono dirette a chi è assetato e ha bisogno di essere sostenuto.

Allo stesso tempo, chi riceve lo Spirito Santo non ha bisogno di cercare sostentamento al di fuori della fonte dalla quale zampilla la rivelazione divina. Gesù disse alla donna di Samaria: “Ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna” (Giovanni 4:14). Se questo è un chiaro riferimento allo Spirito Santo, è evidente che ogni credente ripieno di esso è chiamato a essere un nabi; la sua vita deve essere un constante ribollire di vita, parola e visione che faranno la differenza nel panorama circostante caratterizzato da una desolante aridità.

È il medesimo concetto veicolato dal profeta Geremia laddove parla del popolo che, abbandonando la fedeltà al messaggio profetico, si separa dalla vera fonte e sceglie di cercare sostentamento scavando da sé delle cisterne screpolate, inadatte a far fronte ai suoi veri bisogni, soprattutto nei momenti di maggiore necessità. L’acqua che quei popoli si illusero di raccogliere non poteva essere trattenuta (Geremia 2:13), quindi essi sperimentarono personalmente l’arsura di una vita arida e sterile. Toccarono con mano la povertà e la schiavitù, furono vittime dei poteri usurari di coloro che detengono le ricchezze e non consentono una distribuzione equa delle risorse, generando ingiustizia e provocando miseria. Le potenze idolatre hanno sempre determinato una ripartizione iniqua dei beni e anche il popolo di Dio quando si allontana dal messaggio divino diventa vittima dell’usura e subisce le conseguenze di una drammatica penuria.

Israele scelse di sottoscrivere delle alleanze sbagliate con nazioni che lo avrebbero sviato dalla vera adorazione e dalla chiamata che gli era stata rivolta, per diventare schiavo di chi gli aveva offerto sostentamento ma solamente a patto di una totale subordinazione.

In conclusione possiamo affermare che il popolo di Dio, ogni volta che non è stato fedele al messaggio ricevuto, ha sperimentato una drammatica perdita della visione. Inoltre, ogni volta che il profeta si mostra infedele al messaggio, egli distorce la visione e indirizza il popolo verso il baratro. Ogni volta che una visione è condizionata dal bisogno di sostentamento o dalla necessità, la prospettiva si immiserisce, mentre la vera visione sarà in grado di sostenere il messaggero e tutti i destinatari del suo annuncio. Per chi riceve fedelmente il messaggero della profezia c’è in serbo una ricompensa degna di un profeta (Matteo 10:41).

 


Estratto da “Cercatori di Visione”
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