All’inizio del mio primo incarico pastorale, una famiglia della nostra chiesa mi ha invitato a cena. I padroni di casa hanno parlato a lungo del loro matrimonio e dei figli, ma non hanno fatto alcun riferimento alla chiesa o alle loro amicizie. A un certo punto, ho posto loro una domanda che non avevo mai fatto prima in un contesto simile: “Avete degli amici?”.
Il marito ha guardato la moglie e poi mi ha risposto: “No, in realtà non abbiamo amici”. Mi hanno descritto l’agenda di due adulti che lavorano, con due figli che frequentano la scuola privata e hanno altri impegni sportivi. Hanno detto che, quando si sono conosciuti, avevano degli amici, ma che nei vent’anni successivi al loro matrimonio non hanno coltivato nemmeno un’amicizia. Sembravano liquidare la cosa con una scrollata di spalle e un sorriso. Sono passati più di dodici anni da quella serata e ricordo ancora la mia sorpresa: come è possibile che dei credenti che frequentano regolarmente una chiesa locale non abbiano amici? E quanto è diffuso questo fenomeno?
Nel corso del mio ministerio ho incontrato e aiutato molte persone nella stessa situazione. Non si sentono sole, ma impegnate, sopraffatte e frammentate in mille altri impegni che le tengono lontane da una vita comunitaria. Vorrebbero avere degli amici, ma il loro stile di vita rende l’amicizia e la comunione fraterna quasi impossibili. Frequentano la chiesa quasi esclusivamente la domenica, pregano e leggono la Bibbia personalmente. L’individualismo radicale della nostra società ha influenzato profondamente la loro concezione delle relazioni e della comunità rispetto al paradigma biblico. Di conseguenza, le relazioni profonde, al di là del matrimonio e della famiglia, sembrano un’aggiunta opzionale alla vita.
L’epidemia del XXI secolo
Gli americani sono più soli che mai. Nonostante le tariffe telefoniche accessibili e le e-mail gratuite, parliamo sempre meno tra di noi. Nonostante il numero elevato di auto di proprietà e la possibilità di volare da una parte all’altra del Paese a costi relativamente bassi, trascorriamo meno tempo con i nostri familiari.[1]
La ricerca dimostra che la solitudine causa un tipo insidioso di stress che porta all’infiammazione cronica e aumenta il rischio di patologie cardiache, artrite e diabete.[2] Anzi, la solitudine incide sulla mortalità quanto fumare quindici sigarette al giorno.[3] La solitudine può essere considerata l’epidemia per antonomasia della cultura occidentale contemporanea. La maggior parte delle altre epidemie che ci affliggono, dalle malattie cardiache all’uso della pornografia, può essere ricondotta alla solitudine.
I sociologi sono consapevoli di queste tendenze da anni. Nel 2001, il ricercatore di Harvard Robert Putnam ha pubblicato un libro importante dal titolo Bowling Alone,[4] nel quale mostrava che le tendenze sociali negli Stati Uniti possono essere riassunte da un semplice esempio: i campionati di bowling sono in declino, eppure il numero di giocatori di bowling non è mai stato così alto. Il motivo? Le persone giocano a bowling da sole. Negli ultimi due decenni, la tendenza individualista è proseguita e, anzi, si è addirittura rafforzata. In questa nuova generazione di social media, shopping online e lavoro da remoto, le persone non giocano soltanto a bowling da sole. “Scrollano” da sole.
Questo non vale soltanto per i non credenti, che non frequentano una comunità. Anche i membri delle chiese sono sempre più isolati dai propri vicini e dagli altri fedeli.
Come siamo arrivati a questo punto?
Relazioni che svaniscono
La solitudine è il sintomo prevedibile di una società individualista come la nostra. Il sociologo Marc Dunkelman[5] ha sostenuto che gli incontri che avvengono inaspettatamente all’interno delle nostre comunità locali sono fondamentali per farci sentire parte di qualcosa. Negli spazi pubblici, come i supermercati, i bar e i parchi giochi, le persone entrano in contatto tra loro attraverso sane discussioni faccia a faccia. In quest’epoca, però, queste conversazioni locali sono state sostituite dal frenetico picchiettare su un piccolo schermo luminoso, a centinaia di chilometri da un altro “picchiettatore” che ci risponde. Dunkelman suggerisce che questo cambiamento sia un riflesso del problema più ampio della progressiva scomparsa del senso di comunità nell’ambito della nostra società occidentale.
Oggi gli adulti tendono a preferire tipologie di connessione diverse da quelle dei loro nonni: dedichiamo più tempo e attenzione ai contatti più intimi e ai conoscenti occasionali, ma abbiamo abbandonato le relazioni intermedie, i cosiddetti legami “dell’anello intermedio”.[6]
La ricerca di Dunkelman dimostra che, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, le relazioni più intime, ovvero quelle dell’“anello interno” del matrimonio, dei figli e dei genitori, non hanno subito cambiamenti significativi. Abbiamo ancora molti legami dell’“anello esterno”, cioè i vicini, i colleghi e i lavoratori dei fast food con cui interagiamo soltanto in occasioni non particolarmente significative. Tuttavia, la frequenza e la qualità delle relazioni intermedie, quelle con amici, membri di chiesa, vicini con cui abbiamo più confidenza, colleghi e compagni di studio, si sono ridotte drasticamente. Senza questi legami intermedi, il nostro tessuto sociale rischia di sgretolarsi. Passare più tempo nel giardino sul retro piuttosto che sul portico anteriore limita le interazioni con i vicini. Per gli studenti universitari, optare per la formazione online significa avere una comunità più ristretta durante un periodo fondamentale della vita. Per i membri della chiesa, guardare il culto da casa, oltre che disubbidire al comandamento di “non abbandonare la comune adunanza” (Ebrei 10:25), ostacola anche la crescita spirituale e riduce il potenziale della chiesa nel coltivare una comunione fraterna di valore.
Siamo esseri sociali e i contatti umani sono essenziali per il buon funzionamento del nostro cervello, per la salute fisica, per il benessere emotivo ma soprattutto per la nostra salute spirituale. Siamo stati creati per vivere in comunione, per comunicare, eppure la società occidentale moderna ha drasticamente ridotto la frequenza e la qualità delle interazioni umane.
E poi c’è stato il COVID
Prima del COVID-19, l’epidemia di solitudine era già in pieno corso. Poi siamo rimasti tutti chiusi in casa per più di un mese. Durante l’anno della pandemia, infatti, il tempo medio trascorso quotidianamente con altre persone al di fuori delle mura domestiche è diminuito drasticamente: centinaia di ore in meno dedicate alle relazioni personali rispetto all’anno precedente.[7]
La pandemia ha causato un aumento delle telefonate, dei messaggi di testo, dei collegamenti video, dello streaming televisivo, dell’uso del computer e del tempo trascorso ai videogiochi. Escludendo il tempo dedicato al lavoro e alla scuola, il tempo giornaliero trascorso davanti agli schermi dall’americano medio è aumentato di circa sessanta minuti. Unendo queste due tendenze, si scopre che nel 2020 l’americano medio ha sostituito almeno trecento ore di tempo trascorso con amici, membri della chiesa e vicini con trecento ore di social media, televisione e navigazione su Internet.
Tuttavia, non si tratta soltanto del fatto che le relazioni in presenza siano state sostituite dal tempo trascorso davanti a uno schermo. Anche il tipo di relazioni che abbiamo avuto è cambiato radicalmente.
Meno relazioni e più divisive
Senza la grazia di avere buoni amici, rischiamo di perderci in una rete di presunte amicizie (che David French[8] definisce “amicizie di fazione”), fondate sull’allineamento socio-politico e su poco altro.[9] Se non abbiamo una solida rete di collegamenti familiari, amicali e con la chiesa, basati su un fondamento più solido delle idee sociali e politiche, queste amicizie di fazione possono danneggiare gli individui, le chiese locali e la società. Se manca anche una corretta visione dei propositi di Dio per la nostra vita insieme, la chiesa rischia di diventare l’ennesima riunione sociale facoltativa.
Inoltre, i social media ci hanno diviso in gruppetti omogenei. Sebbene la loro attività sia cominciata con la promessa di aumentare le possibilità di relazione in una cultura transitoria e mutevole, ci hanno portato a entrare in contatto con persone simili a noi e, probabilmente, con una versione esagerata di noi stessi. Di conseguenza, i social media sono diventati la piattaforma ideale per premiare le visioni estreme e silenziare quelle moderate. Non sono il luogo migliore per esprimere le proprie opinioni, ricevere posizioni alternative e partecipare a discussioni civili.
Al contrario, i social media offrono un modo in più per identificarsi con determinati gruppi (e non con altri) e affermare il proprio stile personale.[10] La nostra esperienza degli ultimi anni suggerisce una distinzione: da una parte, c’è la solitudine passiva (l’assenza di amici e di una comunità); dall’altra, c’è la solitudine che divide (il respingere amici e membri della comunità, a meno che non siano in totale accordo con le proprie opinioni sociali, politiche e religiose). In altre parole, il concetto di appartenenza senza Cristo può avere un lato oscuro.
A meno che non riusciamo a recuperare le opportunità di conversazione generosa e aperta tra persone molto diverse, abbiamo poche speranze di migliorare la nostra vita sociale. Pensiamo alle implicazioni per la chiesa locale. La nostra unione con Cristo implica un’unità profonda e soprannaturale gli uni con gli altri, eppure ogni aspetto della nostra cultura mette alla prova questa comunione.
Avere degli amici nella chiesa locale
Questi cambiamenti hanno un impatto anche su di noi all’interno della chiesa locale. Una serie di forze sociali minaccia la nostra unità in Cristo, tanto importante nel Nuovo Testamento. Raggiungere un livello profondo nelle relazioni è più difficile che mai. Coltivare una fiorente comunità di credenti in ogni chiesa non è mai stato così complicato.
Ogni tanto parlo con un membro più recente della mia comunità, e lui mi esprime la propria delusione per il fatto che, dopo diversi mesi, ha stretto soltanto poche amicizie. “È un ottimo inizio”, rispondo, “ci vorrà un po’ di tempo!”.
In primo luogo, siamo isolati dalle relazioni di cui abbiamo più bisogno: abbiamo meno interazioni sociali e legami relazionali delle generazioni di credenti che ci hanno preceduto. In secondo luogo, ci sentiamo più soli di quanto pensiamo; probabilmente non ci rendiamo conto di quanto la solitudine abbia compromesso il nostro benessere spirituale ed emotivo. In terzo luogo, ci sentiamo oberati di impegni, sopraffatti e disconnessi; abbiamo disperatamente bisogno di relazioni, ma ci sentiamo troppo occupati per trovare il tempo da investire nella costruzione di relazioni autentiche con gli altri membri della chiesa. Inoltre, formare amicizie significative e relazioni dell’anello intermedio è più difficile di quanto dovrebbe; anche molti dei nostri coetanei nella chiesa stanno lottando con una solitudine non compresa. Se chi legge è un responsabile, aggiungo un quinto punto: ogni chiesa è piena di persone sole e dobbiamo impegnarci a coltivare la comunione in modo più intenzionale.
Se fatichi a farti degli amici, non sei strano. Fare amicizia è difficile in una società come la nostra, persino in chiesa. Tuttavia, la soluzione non è abbassare le aspettative e rassegnarsi alla solitudine. La soluzione è affrontare la sfida in modo diretto, rifiutare l’isolamento e la divisione della nostra epoca e accogliere relazioni reali e significative.
Con la grazia di Dio e compiendo passi intenzionali, possiamo farcela.
Se vuoi approfondire il tema e capire come la chiesa possa diventare un luogo di amicizia, comunione e appartenenza, leggi questo libro.
[1]Si veda Jena McGregor, “This Surgeon General Says There’s a ‘Loneliness Epidemic’”, in Washington Post, 4 ottobre 2017, https://www.washingtonpost.com/; Jane E. Brody, “The Surprising Effects of Loneliness on Health”, in New York Times, 11 dicembre 2017, https://www.nytimes.com/; Jayne O’Donnell e Shari Rudavsky, “Young Americans Are the Loneliest, Surprising Study from Cigna Shows”, in USA Today, 01 maggio 2018, https://www.usatoday.com/; Olga Khazon, “How Loneliness Begets Loneliness”, in Atlantic, 6 aprile 2017, https://www.theatlantic.com/; Dhruv Khullar, “How Social Isolation Is Killing Us”, in New York Times, 22 dicembre 2016, https://www.nytimes.com/.
[2] Vivek Murthy, “Work and the Loneliness Epidemic,” Harvard Business Review, 26 settembre 2017, https://hbr.org/.
[3]Julianne Holt-Lunstad, Timothy B. Smith e J. Bradley Layton, “Social Relationships and Mortality Risk. A Meta-analytic Review”, in PLOS Med 7, n. 7, 2010, https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1000316.
[4]Robert D. Putnam, Bowling Alone. The Collapse and Revival of American Community, Simon and Schuster, New York (NY) 2001.
[5] Marc J. Dunkelman è uno studioso e autore statunitense nel campo della politica. Fellow presso la Watson School of International and Public Affairs della Brown University e ricercatore presso il Searchlight Institute, ha scritto The Vanishing Neighbor e Why Nothing Works. N.d.E.
[6]Marc J. Dunkelman, The Vanishing Neighbor. The Transformation of American Community, Norton, New York (NY) 2014, p. xvii.
[7]Ben Casselman e Ella Koeze, “The Pandemic Changed How We Spent Our Time”, in New York Times, 27 luglio 2021, https://www.nytimes.com/.
[8] David French è un avvocato, scrittore e commentatore politico statunitense. Laureato alla Harvard Law School, è editorialista del New York Times e visiting professor di public policy alla Lipscomb University. In precedenza è stato redattore senior di The Dispatch, collaboratore di The Atlantic e National Review, oltre che presidente della Foundation for Individual Rights in Education. N.d.E.
[9]David French, “Lost Friendships Break Hearts and Nations”, in Dispatch, 11 luglio 2021, https://frenchpress.thedispatch.com/.
[10]Tim Keller, “Social Media, Identity, and the Church”, in Life in the Gospel, estate 2021, https://quarterly.gospelinlife.com/social-media-identity-and-the-church/.
