Luca è stato giustamente definito “l’evangelista della preghiera”. È interessante notare che menziona sette momenti cruciali del ministerio di Gesù, durante i quali pregava (cfr. Luca 3:21; 5:16; 6:12; 9:18; 11:1; 22:41). Soltanto l’ultimo di questi episodi è menzionato anche negli altri Vangeli (cfr. Matteo 26:39; Marco 14:35). Il numero sette simboleggia completezza e pienezza nella Scrittura e Luca presenta Gesù come l’esempio perfetto di un essere umano immerso nella preghiera.
Ciò non significa che Luca presenti un Gesù diverso da quello ritratto negli altri Vangeli; vuol dire piuttosto che spalanca intenzionalmente una finestra sul ruolo particolare della preghiera nella vita e nel ministerio pubblico di Gesù. Tutti e tre i Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) notano che, nel pieno della Sua attività pubblica, Gesù aveva l’abitudine di ritirarsi per pregare (cfr. Luca 5:16; Matteo 14:23; Marco 1:35), ma più volte Luca pone la preghiera in primo piano in un modo che gli altri non fanno. La preghiera, infatti, pervade il Vangelo di Luca.
Egli racconta che, quando Zaccaria entrò nel luogo santissimo per bruciare l’incenso “tutta la moltitudine del popolo stava fuori in preghiera” (Luca 1:10). In quel contesto di preghiera e adorazione nel tempio, un angelo apparve a Zaccaria e gli disse: “Non temere, Zaccaria, perché la tua preghiera è stata esaudita, tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio, al quale porrai nome Giovanni” (Luca 1:13). Segue il cantico di Maria, in Luca 1:46-55, una splendida preghiera di lode traboccante di riferimenti all’Antico Testamento, con cui Maria celebra le opere del Signore. Anche il cantico di Zaccaria è un inno di lode e profezia, in cui egli attinge alle Scritture per celebrare il compimento delle promesse tanto attese.
La preghiera di Simeone (cfr. Luca 2:29-32) è ben nota. Luca lo descrive come un uomo di preghiera “giusto e timorato di Dio” che “aspettava” (una caratteristica fondamentale della preghiera) e sul quale c’era lo Spirito Santo (cfr. Luca 2:25). Dio gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di vedere il Messia e infatti, guidato dallo Spirito Santo, si reca al tempio proprio nel momento in cui Giuseppe e Maria vi portano Gesù. Simeone prende il bambino tra le braccia e loda Dio. Luca ci dice che Anna, l’anziana profetessa “non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (Luca 2:37). Avvicinatasi a Maria, “lodava anch’ella Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (Luca 2:36-38).
Il ruolo del tempio
Non è un caso che i primi riconoscimenti di Gesù come Messia avvengano proprio nel tempio. Il tempio era il luogo in cui Dio dimorava in mezzo al Suo popolo e, in quanto tale, rappresentava il centro del mondo giudaico. Nei primi capitoli vediamo il tempio funzionare, secondo il suo disegno, come luogo di adorazione e preghiera. Il giovane Gesù si riferisce al tempio come alla “casa del Padre mio” (Luca 2:49).
Una caratteristica distintiva del Vangelo di Luca, come abbiamo visto, è il lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme, la città del tempio. In Luca 19:41, 42 leggiamo che, avvicinandosi a Gerusalemme e vedendo la città, Gesù pianse su di essa, perché in quel giorno decisivo non era stata in grado di riconoscere Colui che avrebbe portato la pace. Questa mancanza di riconoscimento si focalizza immediatamente sul tempio, quando Gesù scaccia i mercanti nel cortile sacro. Luca 19:46 allude a due brani dell’Antico Testamento, Isaia 56:7 e Geremia 7. L’accusa di Gesù ai leader religiosi è che hanno trasformato il tempio in qualcosa di completamente diverso dalla sua identità originaria, riducendolo da “casa di preghiera” a “spelonca di ladroni” (cfr. Luca 19:45, 46); questo è un riferimento a un sermone straordinario che Geremia aveva pronunciato davanti al tempio, mentre gli Israeliti vi si recavano per adorare (Geremia 7:1-11). In Geremia 7:11, Yahwèh chiede: “È forse, ai vostri occhi, una spelonca di ladroni questa casa sulla quale è invocato il mio nome?”. Il riferimento alla “casa di preghiera” proviene da Isaia 56:7, parte di un significativo brano in cui YHWH dichiara la Sua intenzione che Israele sia un popolo missionario, con gli stranieri che accorreranno ad adorare nel tempio: “Perché la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli”.
Nel Nuovo Testamento, il tempio diventa una grande metafora della Chiesa (per esempio I Pietro 2:4-10). La purificazione del tempio compiuta da Gesù (Luca 19:45) è un segno profetico del fatto che Egli ha intrapreso il processo di creazione di un nuovo tempio. Come afferma Pietro, noi siamo pietre viventi edificate come casa spirituale (o tempio) per essere un sacerdozio santo e offrire sacrifici spirituali a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Siamo un popolo eletto, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che appartiene a Dio e proclama le Sue lodi; un tempo non eravamo un popolo, ma ora siamo il popolo di Dio. Essere il tempio significa partecipare a quella comunione che è la stessa vita di Dio! Anche noi, dunque, che siamo ripieni di Dio, possiamo essere una casa di preghiera.
Preghiera: le differenze con Matteo e Marco
Matteo e Marco raccontano il battesimo di Gesù per opera di Giovanni, l’apertura dei cieli, la discesa dello Spirito Santo e la voce dal cielo. Luca include tutto questo, ma aggiunge un dettaglio: la preghiera di Gesù (Luca 3:21, 22). È proprio mentre Gesù sta pregando che il cielo si apre, lo Spirito Santo scende su di Lui come una colomba e il Padre parla dall’alto. Nel racconto di Luca, il battesimo di Gesù è immediatamente seguito dalla genealogia (cfr. Luca 3:21, 22). Al battesimo, il Padre definisce Gesù “il mio diletto Figlio”, e nella genealogia che segue, la Sua discendenza viene fatta risalire fino a Dio, passando per Adamo. Questo solleva una domanda: la comprensione della paternità divina e della natura umana può condurci a una comprensione più profonda del piano e dello scopo di Dio, così che anche noi possiamo vivere realizzando il cielo aperto su di noi, per ricevere la promessa dello Spirito e ascoltare il Padre che ci proclama amati? La risposta di Luca è chiara: tutto questo è possibile soltanto se preghiamo!
Matteo e Marco ci raccontano che Gesù chiamò e inviò i Suoi dodici discepoli, conferendo loro l’autorità di scacciare gli spiriti maligni e di guarire gli ammalati. Tra i dodici c’era anche Giuda Iscariota, che poi divenne un traditore. Ma la narrazione di Luca registra due riferimenti alla preghiera in occasione della chiamata dei dodici: “In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò la notte in preghiera a Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne elesse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli” (Luca 6:12, 13). Luca ci fa così comprendere che la scelta di Giuda, il traditore, non fu un errore, così come non lo fu la scelta degli altri undici, che sarebbero diventati il fondamento del nuovo popolo di Dio. La missione di Gesù, che sarebbe continuata attraverso gli apostoli, è fin dall’inizio radicata e immersa nella preghiera.
Una distinzione simile tra Luca, Matteo e Marco emerge in relazione alla confessione di Pietro (cfr. Luca 9:18-20), il punto di svolta dei tre Vangeli sinottici. Soltanto Luca menziona che Gesù stava “pregando in disparte” immediatamente prima di porre la domanda sulla Sua identità, dalla quale scaturisce la confessione di Pietro che lo riconosce come “il Cristo di Dio” (cfr. Luca 9:20). In Luca 9, Gesù prosegue informando i Suoi discepoli che deve soffrire, rivelazione seguita dal racconto della Sua trasfigurazione (Luca 9:28-36). Gesù porta con Sé i discepoli sul monte per pregare e, mentre prega, la Sua vera identità viene rivelata a Pietro, Giacomo e Giovanni: Egli è Colui che adempie la Legge (Mosè) e i Profeti (Elia) in quanto Figlio di Dio. Nel descrivere il dialogo tra Gesù, Mosè ed Elia, Luca usa la parola greca ἔξοδος (esodo) per esprimere la dipartita di Gesù. Pietro, sopraffatto dalla scena, propone di costruire tre tende, una per ciascuno, senza rendersi conto di fraintendere completamente la missione di Gesù. Cristo deve scendere dal monte per adempiere la Sua missione di guidare l’intera creazione fuori dal peccato e dal giudizio. Egli è salito sul monte per pregare, ma Pietro, Giacomo e Giovanni rischiano quasi di non assistere alla Sua trasfigurazione a causa della loro sonnolenza (Luca 9:32). Quando Gesù ritorna dalla preghiera e parla del Suo “esodo” con Mosè ed Elia, la proposta sbagliata di Pietro viene interrotta dalla voce del Padre che rende testimonianza a Gesù come “Figlio” e ordina ai discepoli di ascoltarlo.
Preghiera come rivelazione di Gesù
La preghiera, come in molti altri punti del Vangelo di Luca, crea il contesto che rende possibile la rivelazione di Gesù ai Suoi discepoli. Se nel Vangelo di Matteo la preghiera cosiddetta del “Padre nostro” si trova all’interno del Sermone sul Monte, nel Vangelo di Luca il contesto è diverso e istruttivo. In quanto ebrei, i discepoli erano stati educati a pregare fin da piccoli. Ma notano qualcosa di tangibilmente diverso nella vita di preghiera di Gesù (cfr. Luca 11:1). Vedendolo pregare, si rendono conto di non saperlo davvero fare e questo li spinge a chiedergli: “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Non sappiamo in che modo Giovanni insegnasse ai Suoi discepoli a pregare, ma Gesù insegna loro a chiamare Dio “Padre nostro” e poi fornisce una serie di istruzioni sulla perseveranza nella preghiera (cfr. Luca 9:2-13; si veda anche 18:1-6; 20:47 sulla segretezza nella preghiera; 21:36 sulla preghiera come vigilanza; 22:32 sul fallimento nella preghiera; 22:40; 22:46 sulla preghiera e la tentazione; 22:41-44 sulla preghiera e la sofferenza).
Al momento del battesimo di Gesù, il Padre proclama: “Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto” (Luca 3:22) e poi, alla trasfigurazione: “Questi è mio Figlio”; mentre sta per morire, il Figlio grida: “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito” (Luca 23:46). Nell’intervallo tra questi momenti fondamentali, Gesù insegna ai Suoi discepoli a invocare il Padre Suo come Padre loro, e lo fa mostrando, con l’esempio, quanto sia alto il prezzo per essere Suoi figli fedeli.
In Luca, l’insegnamento sulla preghiera giunge non molto tempo dopo la trasfigurazione e poco dopo la missione dei Settanta. Come osserva ancora Wright: “Ogni sua invocazione risuona con l’annuncio di Gesù che il regno di Dio sta irrompendo nella storia d’Israele e del mondo, aprendo il nuovo mondo promesso da Dio e invitando le persone a entrarvi”. Questo commentatore, a ragione, legge il modello di preghiera di Gesù sullo sfondo degli elementi dell’Esodo dell’Antico Testamento e mette in luce come la preghiera incarni la vocazione e la missione di Cristo, invitando così i Suoi discepoli a un processo formativo che li rende Suoi collaboratori nel Regno, anche attraverso la preghiera. Gesù non ha bisogno di pregare per il perdono dei peccati, ma questa richiesta lega i Suoi discepoli alla Sua missione (cfr. Luca 24:47).
Gesù modello perfetto di vita di preghiera
Wright osserva con saggezza che il modello di preghiera di Gesù non dovrebbe influenzare soltanto la nostra preghiera personale, ma anche il nostro culto comunitario. Il ruolo del tempio in Luca indica che Gesù prendeva parte alle riunioni pubbliche. Tuttavia, ciò che caratterizza in modo radicale il terzo Vangelo è l’accento posto sulla pratica personale di preghiera di Gesù. È superfluo sottolineare che le due dimensioni devono completarsi a vicenda.
La storia della visita di Gesù a Maria e Marta, anch’essa materiale esclusivo di Luca, si trova alla fine del capitolo 10, immediatamente prima delle istruzioni sulla preghiera. In questo racconto, Maria incarna l’accoglienza di Gesù che è propria del ruolo del discepolo. Le quattro ripetizioni del titolo “Signore” mettono in risalto l’autorità di Gesù e la posizione di Maria ai Suoi piedi esprime sottomissione e attenzione. Come osserva Green: “L’accoglienza che Gesù cerca non si esprime in un affannoso e ansioso attivismo domestico, ma in questa disponibilità verso di Lui la cui stessa presenza rivela l’amore di Dio”. La parola “preghiera” non compare nel racconto, ma esiste una lunga tradizione che associa Maria a questa attitudine. A questo proposito, Merton commenta:
C’è qualcosa nei Vangeli sulla vita di preghiera? Qual è il valore del racconto di Maria e Marta? Sembra che il senso letterale sia chiaro e che la priorità della preghiera sull’attività sia affermata esplicitamente. Ma, come mostra l’intera vita di Gesù, la vita cristiana suprema è quella che condivide con gli altri i frutti della preghiera.
Certo, c’è il rischio di leggere nel testo più del necessario, ma se consideriamo la preghiera anche come l’atteggiamento di sottomissione di chi “desidera ascoltare la Sua parola e rispondervi con tutto il proprio essere, allora è giusto riconoscere in questo racconto anche un insegnamento sulla preghiera”. Agostino d’Ippona riconosce la ricchezza della storia quando chiede: “Di che cosa godeva Maria? Che cosa stava gustando? Insisto su questo punto, perché lo gusto anche io. Mi permetto di dire che ella si nutriva di Colui che stava ascoltando”. Il contesto conferma questa impressione: l’attenzione di Maria verso Gesù trova il suo parallelo poco dopo nell’attenzione di Gesù verso il Padre nella preghiera.
Le parabole sulla preghiera che si trovano soltanto nel Vangelo di Luca sono quella dell’amico importuno (cfr. Luca 11:5-8); quella della vedova emarginata e apparentemente indifesa che, con perseveranza, ottiene giustizia dal giudice iniquo, il quale è completamente diverso dal Dio misericordioso rivelato in Gesù (cfr. Luca 18:1-8) e quella del fariseo sicuro di sé e del pubblicano umile (cfr. Luca 18:9-14). In Luca 11, il tema del pane, simbolo di ospitalità, perseveranza e della meravigliosa bontà del Padre, diventa centrale, anche in funzione del ricevimento del dono dello Spirito Santo: “Se voi dunque che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano!” (v. 13).
Matteo, Marco e Luca raccontano la lotta di Gesù nella preghiera nel giardino del Getsemani. Oltre a Giovanni, tutti e tre gli evangeli sinottici riferiscono anche la predizione del rinnegamento di Pietro, poco prima dell’episodio, ma soltanto Luca riporta le parole di rassicurazione che Gesù rivolge a Pietro: “Ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli” (Luca 22:32). Qui, come nota il filosofo Søren Kierkegaard, la preghiera diventa segno del grande amore di Gesù. Cristo non chiede a Pietro di cambiare per meritare il Suo amore: lo ama così com’è, e questo amore lo aiuterà a cambiare e a diventare un uomo migliore.
Infine, Matteo e Marco riportano il grido di abbandono pronunciato da Gesù sulla croce: la citazione del primo versetto del Salmo 22, un salmo di grande speranza nella sofferenza. Entrambi gli evangelisti riferiscono che Gesù gridò a gran voce al momento della morte, ma soltanto Luca aggiunge che le ultime parole furono una preghiera: “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito!” (Luca 23:46, citazione dal Salmo 31:5, 6). E soltanto Luca riporta la notevole intercessione precedente: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Luca 23:34). Colui che aveva insegnato ai Suoi discepoli a pregare per i propri nemici, con le parole e con l’esempio, fece esattamente questo dalla croce per coloro che lo avevano crocifisso. C. H. Spurgeon, per sottolineare l’importanza della preghiera e facendo riferimento alle parole di Gesù sulla croce, dichiara: “Un credente preghi fin quando ha vita, poiché soltanto così potrà vivere”.
Il Vangelo di Luca si conclude anche con una preghiera: ci ritroviamo in compagnia di un gruppo di discepoli, colmi di gioia, che fanno ritorno a Gerusalemme per benedire continuamente Dio nello stesso tempio in cui Zaccaria era rimasto muto. Ma prima di ciò, essi vengono benedetti da Cristo risorto (Luca 24:50-53). Per Luca, il Vangelo riguarda il fatto che Dio è presente in mezzo al Suo popolo e che il Suo popolo è chiamato a essere attento alla Sua presenza. Come fa notare Jean Vanier, filosofo canadese, a proposito di Giovanni 1: “In un determinato momento della storia, il ‘Logos’ si fece carne ed entrò nel tempo. Egli venne per condurci tutti nella comunione che è la vita stessa di Dio”. La vita di Gesù è centrata su una profonda relazione con il Padre e tutto il Suo ministerio ne è l’estensione; anzi, lo scopo stesso del suo ministerio è condurci nella comunione con Dio.
Vai al cuore della preghiera
Che cosa rende la preghiera un fuoco vivo e non una semplice abitudine?
Nel Vangelo di Luca, Gesù appare spesso in preghiera: nei momenti decisivi, di fronte alle scelte, nel servizio, nella gioia e nella sofferenza. Luca ci mostra che la preghiera non è un gesto marginale della vita spirituale, ma il respiro stesso della comunione con il Padre.
Ed è proprio osservando Gesù che i discepoli imparano a desiderare una preghiera più autentica: “Signore, insegnaci a pregare” (Luca 11:1).
In questo volume, Craig G. Bartholomew guida il lettore a riscoprire il cuore della preghiera attraverso una lettura chiara, biblica e profondamente pastorale del Vangelo di Luca. Non si tratta di soddisfare la semplice curiosità, ma di incoraggiare una vera comunione con Dio: una preghiera che ascolta, che persevera, che si lascia guidare dalla Parola e che rende la chiesa più pronta a partecipare alla missione del Signore.