Prese la lama. Era di un argento lucente. Gli piaceva il modo in cui brillava. Era piacevole tenerla in mano. L’affondò nel petto della donna, più e più volte. Il suo volto rimase impassibile: nessuna emozione, nessun segno che rivelasse la sua umanità. Lei giaceva immobile, ormai priva di vita. Non fece alcun tentativo di coprirne il corpo. Più tardi, quella sera, raccontò l’accaduto a uno sconosciuto in un bar, davanti a una birra. Lo sconosciuto si sentì male.
Come dovremmo interpretare questa scena? Qualcuno avrebbe dovuto chiamare la polizia? Avrebbero dovuto arrestarlo? Siamo forse davanti a un episodio degno di Hannibal Lecter? Tutto dipende. Per poter dare un senso a questo frammento narrativo, dobbiamo inserirlo all’interno di un contesto più ampio. Serve un quadro generale, una cornice di riferimento; altrimenti, il racconto resta ambiguo.
L’importanza dei “quadri di riferimento”
Supponiamo ora che io vi dica che la scena si svolgeva in un vicolo, a notte fonda, e che la donna, quando vi era entrata, era ancora viva, anche se ubriaca. In questo caso, saremmo legittimati a pensare a un’indagine per omicidio, e l’uomo che ascoltava il racconto al bar avrebbe dovuto chiamare la polizia. Se invece vi dicessi che la scena era ambientata in una sala autoptica della polizia giudiziaria, allora il nostro modo di leggere l’episodio cambierebbe completamente. L’uomo con il coltello non sarebbe un assassino, ma un medico legale. Forse non avrebbe dovuto parlare di quei dettagli con uno sconosciuto davanti a una birra; ma se si trattò di una mancanza, fu sul piano professionale, non penale.
Ecco perché i “quadri di riferimento” sono essenziali per comprendere la realtà, per interpretare gli eventi e le esperienze. Ne era consapevole anche il giovane Erich Fromm, ancor prima di diventare uno dei grandi psicoanalisti e pensatori umanisti del Novecento. Di fronte agli orrori della Prima guerra mondiale, si chiedeva: “Come è possibile una violenza simile? Come hanno potuto popoli così civilizzati massacrarsi a milioni?”. Fu questo interrogativo a condurlo allo studio di Karl Marx, a cercare risposte nella dimensione storico-sociale dell’esistenza umana. Egli desiderava comprendere il senso di quanto aveva vissuto. Ma fu un altro episodio, più personale, a scuoterlo ancora di più nel profondo. Una giovane donna, che conosceva bene, davvero bella e brillante, si tolse la vita sulla tomba del padre. Fromm allora si domandò: “Perché mai?”. Apparentemente, sembrava avere tutti i motivi per vivere. Come dare un senso a una tragedia simile? Quel dolore lo condusse verso Sigmund Freud e l’universo della psiche. Fromm comprese che per orientarsi nel caos della storia, tanto collettiva quanto individuale, era necessario un quadro di riferimento.E oggi più che mai, abbiamo bisogno di una cornice che racchiuda la nostra esperienza. Viviamo in un’epoca segnata da una “pioggia meteorica di fatti”, direbbe Neil Postman, riprendendo l’immagine della poetessa americana Edna St. Vincent Millay:
Su quest’epoca tanto privilegiata, nella sua ora oscura,
piove dal cielo una pioggia meteorica di fatti …
che restano lì, non interrogati, non collegati.
Ogni giorno si fila una saggezza sufficiente
a guarirci dai nostri mali, ma non c’è telaio
capace di intrecciarla in un tessuto.
Grandi narrazioni
Se davvero desideriamo tessere un senso nel nostro vivere, sostiene Postman, abbiamo bisogno di un “dio” o, per meglio dire, di una “grande narrazione”. È una definizione singolare di “dio”, è chiaro, ma in questo contesto indica un racconto fondativo, capace di “spiegare le origini e orientare il futuro”. Una storia, insomma, capace di divenire “il centro organizzatore della vita”. E, aggiungerei, di aiutarci a sopravvivere a quella “pioggia meteorica di fatti” che ci travolge ogni giorno. In un tempo che alcuni osservatori contemporanei hanno descritto come
una vera crisi della narrazione, il problema non è soltanto la mancanza di informazioni, ma la mancanza di un racconto capace di ordinarle e di renderle significative.Il nostro quadro di riferimento è fondamentale. Tutti noi ne abbiamo almeno uno – oppure, più spesso, frammenti sparsi e incoerenti di visioni diverse, che non siamo mai riusciti a integrare in un tutto significativo. Forse non ce ne siamo mai preoccupati.
Ma prima o poi, se vogliamo vivere da soggetti consapevoli, dobbiamo chiederci: qual è il quadro di riferimento, o la visione del mondo, che racconta una storia coerente e internamente consistente? Quale ci comprende davvero e illumina il mondo reale in cui viviamo? Un buon quadro di riferimento dev’essere, anzitutto, pensabile, cioè coerente e privo di contraddizioni interne e, in secondo luogo, vivibile, dev’essere cioè possibile viverlo come vero, senza dover fingere che lo sia.
Naturalmente, questo non significa che non ci siano margini di mistero o domande ancora senza risposta. Come disse Mosè nell’antichità: “Le cose occulte appartengono all’Eterno, al nostro Dio” (Deuteronomio 29:28).
Sette domande a cui rispondere
Una visione del mondo o un quadro di riferimento, per poter essere ritenuto plausibile, deve saper dare conto della condizione umana in modo tale da renderci riconoscibili a noi stessi. Una visione del mondo, per essere credibile, deve offrirci una cornice di senso che ci consenta di abitare il mondo reale così come lo viviamo e che sappia illuminare l’esperienza che facciamo di noi stessi.
Il fisico e cosmologo Stephen Hawking, ad esempio, ha scritto un saggio affascinante, intitolato Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, che testimonia una mente fuori dal comune. Eppure, al termine della lettura ci si può legittimamente chiedere: che luce getta, questo libro, sul mistero della nostra umanità?
Ricordo ancora la mia prima lettura di un’opera filosofica, da adolescente, quando mi imbattei nei Pensieri di Blaise Pascal. Fu un’esperienza rivelatrice. Tra i molti frammenti che compongono l’opera, uno in particolare, il numero 12, mi colpì profondamente, e continua ancora a farlo:
Gli uomini nutrono disprezzo per la religione. L’hanno in odio e hanno paura che sia vera. Per guarirli da ciò bisogna cominciare col mostrare che la religione non è affatto contraria alla ragione. Venerabile, ispirarne il rispetto.
In seguito renderla amabile, fare auspicare ai buoni che sia vera e poi mostrare che è vera. “Venerabile perché ha ben conosciuto l’uomo”. Amabile perché promette il vero bene.
Pascal era fermamente convinto che il cristianesimo comprendesse l’essere umano. Le cose stanno davvero così?
Che cosa significa, allora, comprendere la natura umana? Quantomeno questo: dobbiamo poter riconoscerci, con i nostri desideri e le nostre contraddizioni, all’interno della narrazione proposta da quella visione del mondo. Forse, per chiarire meglio cosa intendiamo con “comprendere la natura umana”, può essere utile proporre alcune domande, che ci aiutano a mettere a fuoco la posta in gioco:
1. C. S. Lewis, celebre autore de Le cronache di Narnia, scriveva: “Se scopro in me un desiderio che nulla in questo mondo può soddisfare, la spiegazione più probabile è che sono stato creato per un altro mondo”. Se davvero, come suggerisce Lewis, sperimentiamo desideri che nulla in questo mondo è in grado di colmare, potrebbe essere questo un indizio che siamo fatti per qualcosa che va oltre? In una lettera all’amico Sheldon Vanauken, un giovane aspirante accademico, Lewis rifletteva così:
Se siete davvero il prodotto di un universo materialista, com’è che non vi sentite a casa vostra? I pesci si lamentano del mare perché è bagnato? O, se lo facessero, questo stesso fatto non suggerirebbe forse che non sono sempre stati, o non saranno per sempre, creature puramente acquatiche? Notate come siamo perennemente “sorpresi” dal Tempo. “Come vola via! E pensare che John è ormai cresciuto e sposato! Stento a crederci!”. In nome del cielo, perché sono sorpreso? A meno che, in effetti, non ci sia qualcosa in me che “non” è temporale.
2. Perché desideriamo ardentemente vivere più a lungo? Alcuni inseguono il sogno dell’immortalità attraverso la tecnologia, sognando una fusione con la macchina e l’evolversi in una nuova specie capace di sfuggire alla morte. Come diceva ironicamente il regista e attore Woody Allen: “Non voglio raggiungere l’immortalità con il mio lavoro. Voglio arrivarci non morendo”. Altri sperano nell’ibernazione, confidando che un giorno si potrà essere svegliati e guariti dalle malattie terminali o dall’invecchiamento.
3. Perché non riusciamo a vivere all’altezza dei nostri stessi ideali morali? Che cosa spinse Aleksandr Solženicyn, autore di Arcipelago Gulag e premio Nobel per la Letteratura, a scrivere: “Mi fu gradualmente rivelato che la linea che separa il bene dal male non passa attraverso gli Stati, né tra le classi, né tra i partiti politici, ma attraversa il cuore di ogni uomo”? E che cosa indusse Bertrand Russell, filosofo agnostico, ad ammettere che “è nel nostro cuore che si annida il male, ed è dal cuore che esso dev’essere estirpato”? Le parole dell’apostolo Paolo, nella Lettera ai Romani, sembrano dar voce a questa stessa esperienza morale: “Perché io non approvo quello che faccio … poiché in me si trova il volere, ma non il modo di compiere il bene” (Romani 7:15, 18).
4. Perché siamo esseri così contraddittori? Pascal lo esprime con intensità poetica: “Quale chimera è dunque mai l’uomo? Quale novità, quale mostro, quale soggetto di contraddizioni, quale prodigio? Giudice di tutte le cose, imbecille verme di terra, depositario del vero, cloaca d’incertezza e di errore, gloria e rifiuto dell’universo”.
5. Esiste uno scopo? Il pensatore ebreo Martin Buber descriveva la condizione umana con questa vivida immagine: “Nella storia dello spirito umano distinguo epoche di dimora ed epoche di sradicamento. Nelle prime, l’uomo abita il mondo come una casa; nelle seconde, egli vive come in un campo aperto e, talvolta, non possiede neppure i quattro pioli per piantare una tenda”. Il nostro tempo postmoderno, come suggerisce Buber, potrebbe essere un’epoca senza tenda né pioli. E forse alcuni di noi hanno perfino smesso di cercarli. Non è un caso che pensatori come Helga Kuhse e Peter Singer affermino che “dopo Darwin, sappiamo che non esistiamo per alcuno scopo”.
6. Perché oggi si parla tanto di spiritualità? È forse un sintomo crescente di spaesamento? Negli anni Sessanta, il sociologo Harvey Cox pubblicava il suo best seller, intitolato La città secolare, con cui celebrava la secolarizzazione dell’Occidente come liberazione. La religione tradizionale sembrava ormai passé, superata. Eppure, trent’anni dopo, ammise: “Oggi non è più la spiritualità a essere in pericolo di estinzione, ma la secolarità stessa”. Quello che Cox non aveva previsto negli anni Sessanta era la profondità del bisogno umano di una dimensione trascendente, di un legame con qualcosa o qualcuno più grande e più duraturo di noi. E allora, a che cosa assistiamo oggi? La ricerca del trascendente non si è mai spenta; oggi essa assume forme inedite e disparate, che spaziano dall’interesse per il Dalai Lama alla Wicca, dall’astrologia a Scientology, fino al sesso tantrico. Come canta Bono degli U2, “I still haven’t found what I’m looking for” – non ho ancora trovato quello che sto cercando. In termini sociologici, si potrebbe dire che la promessa moderna della razionalizzazione, con la sua “gabbia d’acciaio”, non ha cancellato il bisogno del sacro: lo ha spesso reso più acuto e diffuso.
7. Forse è tempo di rileggere le prime righe delle Confessioni di Agostino d’Ippona, la prima vera autobiografia della tradizione occidentale. In forma di preghiera, egli scriveva: “… perché ci hai fatti per te [Signore] e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te”. Agostino aggiungeva che, sebbene alcune verità siano accessibili anche fuori dalle Scritture, ci sono alcune verità su noi stessi che possono essere comprese soltanto partendo dalla rivelazione. Senza di essa, mancano le premesse necessarie per comprendere ciò che siamo e, ancora di più, il mondo in cui abitiamo.