Viviamo sommersi da parole. Influencer che chiacchierano in continuazione davanti alle telecamere, chat, gruppi, messaggi vocali, video, podcast, intelligenza artificiale, talk show, programmi radio, canzoni.
Questo succede anche in ambito cristiano. Veniamo tempestati da messaggi di ogni genere, che dicono tutto e il contrario di tutto. Un mondo in cui si sono moltiplicati i “pulpiti” da cui discettare di vita spirituale e dottrina ventiquattr’ore al giorno.
Noi, e ancor di più i giovani che siamo chiamati a servire, siamo esposti a un flusso interminabile di parole e informazioni che satura la nostra mente e il nostro spirito.
Come pastori, monitori e responsabili dei giovani spesso
riceviamo le domande più disparate dai ragazzi, magari dopo che hanno ascoltato
il loro influencer cristiano preferito su Instagram dire una determinata cosa, oppure
si sono ritrovati ad ascoltare lo sfogo di uno dei tanti guru digitali che affollano
TikTok.
La differenza fondamentale
Quando siamo coinvolti nella formazione cristiana (come
genitori, monitori, responsabili e pastori) ci ritroviamo ancor più spiazzati e
sconcertati di fronte a un tale sovraccarico.
Incontriamo i ragazzi per poche ore ogni settimana, e le nostre parole non sembrano minimamente poter competere con il bombardamento quotidiano che subiscono da quando aprono gli occhi fino a quando li richiudono.
Eppure c’è una differenza. Noi non siamo dentro uno schermo, siamo una presenza reale nella loro vita. I nostri momenti con loro non sono video che possono scrollare, o tracce audio che possono sentire a velocità doppia. Stiamo con loro, li guardiamo negli occhi, viviamo insieme a loro.
La concretezza della nostra presenza è ciò che fa davvero la differenza in un mondo sempre più annebbiato dall’inconsistenza del digitale.
I gesti valgono più di milioni di parole, anche e
soprattutto per essere discepoli di Gesù che vogliono fare
discepoli nelle nuove generazioni (Matteo 28:16-20).
L’azione determinata dall’arresa e dall’ascolto
Questo è uno dei motivi per cui parleremo dell’azione
del discepolo nel prossimo Convegno Nazionale delle Scuole Domenicali, insieme
all’identità e all’obiettivo del discepolo.
L’efficacia di questa azione dipende però da altri due fattori: l’arrendimento alla volontà del Signore e l’ascolto della Sua voce. Se per primi noi non ci arrendiamo e ascoltiamo Gesù, come potremo agire per il bene dei nostri ragazzi?
L’arresa, in quanto tale, non pone condizioni perché riconosce che chi ha “ogni potere in cielo e sulla terra” è Cristo Gesù. La nostra resa totale si concretizza nel lasciare libero il Maestro di agire in ogni aspetto della nostra vita, e allora lo vedremo dispiegare completamente la Sua potenza nonostante la nostra debolezza. Quando impariamo ad arrenderci, allora diventeremo un esempio anche per le generazioni che ci osservano.
L’ascolto è decisamente controintuitivo e controculturale in un mondo in cui tutti vogliono alzare e far sentire la propria voce. Eppure, come i profeti (Isaia 50:4, 5), non avremmo alcun messaggio efficace senza prima averlo ricevuto da Dio e vissuto sulla nostra pelle. L’ascolto è prima di tutto un cambiamento di postura, una disposizione del nostro animo, un autentico atto di umiltà. Quando impareremo ad ascoltare il Signore, saremo in grado di ascoltare le domande e le preoccupazioni dei nostri giovani, e a dargli le risposte di cui hanno davvero bisogno (Proverbi 1:3, 4).
Una volta che ci siamo arresi e abbiamo ascoltato, allora la nostra azione potrà lasciare un segno concreto, perché non saremo noi ad agire ma Cristo che vive in noi (Galati 2:20).
Andrea
Botturi e Cosimo Motolese