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Ciò che non sai può ucciderti
Perché interpretare è importante in ogni ambito


Mi trovavo in una stanza piena di fumo in un complesso residenziale a Laurel, nel Maryland, e osservavo Jerry e José, due ragazzi di New York che avevano catturato tutta l’attenzione di alcuni ragazzi del mio quartiere.

Il resto di noi nella stanza si faceva chiamare La Seconda Generazione, oppure semplicemente La Gen. Eravamo la nuova generazione di criminali di strada attivi a Washington e dintorni. Eravamo tutti delinquenti per natura, e la maggior parte di noi lo era anche per la legge. Droghe, armi, traffico di stupefacenti, crimini violenti, manette, foto segnaletiche, incriminazioni, processi e reclusione facevano parte del nostro stile di vita. All’epoca, Washington era conosciuta come la capitale degli omicidi degli Stati Uniti, e a giusta ragione. 

Sebbene fossi uno degli spacciatori più noti della zona, ero uno dei pochi della Gen a non essere ancora stato arrestato. Guadagnavo migliaia di dollari a settimana vendendo crack a persone di ogni parte della città. Ne andavo fiero, così come ero orgoglioso del fatto che il mio gruppo mi rispettasse per questo. Anche io li rispettavo. Da loro avevo imparato molti stratagemmi per cavarmela, mi avevano insegnato a sopravvivere nelle strade più pericolose.

Un’altra cosa che ammiravo dei ragazzi del quartiere era la loro capacità di leggere le persone. Anche io ero sempre stato bravo a farlo e avevo riconosciuto immediatamente un’abilità pari alla mia anche in loro. “Il lupo riconosce il lupo”, si dice nel gergo di strada. Rispetti quelli che sono come te. Avevo affidato la mia vita a quei ragazzi. Facevamo tante cose insieme. Vendevamo e assumevamo droghe, sparavamo alle bande rivali, andavamo fino a New York e ad Atlantic City soltanto per sperperare denaro e cercare ragazze, registravamo canzoni rap e spesso vivevamo dove capitava. Eravamo una famiglia.

Uno sguardo da interpretare

Non rispettavamo nessuno e non ci fidavamo di nessuno che non fosse uno di noi; quindi, ero rimasto un po’ sorpreso dal tipo di rispetto che i ragazzi stavano tributando a Jerry e José. Conoscevamo a malapena quei due. Il mio amico “D” li aveva portati nel nostro appartamento poco dopo averli conosciuti. La cosa non mi andava a genio, perché in quella casa spacciavamo crack e fumavamo erba, senza contare che la polizia era sempre in agguato con agenti sotto copertura che si fingevano spacciatori e clienti. Avevano già arrestato molti dei nostri amici e per questo motivo stavamo particolarmente atten-ti quando si presentava qualcuno che non conoscevamo bene. 

Eppure, ecco entrare D insieme a Jerry e José. Mentre varcavano la soglia, io avevo nascosto velocemente armi, droghe e tutto il resto. In bella vista sul piano della cucina c’era abbastanza materiale illegale da giustificare una retata federale antidroga. Ero seccato con D per essere stato tanto stupido da portare a casa due sconosciuti senza avvertirci in anticipo, così da permetterci di farci trovare “puliti”. Se così non fosse stato, e se Jerry e José fossero stati due poliziotti sotto copertura, avrei smesso di essere quello che “non era stato arrestato”.

Avevo nascosto tutto quello che avevo potuto in una stanza sul retro e poi ero uscito per conoscere Jerry e José. Pensavo che sarebbe stata una visita breve ma, più il tempo passava, più diventava chiaro che quei due non avevano la minima intenzione di andarsene. La stanza si era riempita di fumo mentre ascoltavamo una storia dopo l’altra sul Bronx. Jerry e José erano davvero divertenti e il loro accento era più spassoso delle storie che raccontavano. La cadenza portoricana di José, mescolata al gergo di Washington, continuava a farmi ridere anche quando lui non cercava di essere divertente. 

Dopo un po’, i due erano passati ad argomenti più seri. Jerry, che sembrava essere il capo, aveva cominciato a dirci che avrebbe potuto procurarci chili di cocaina a un prezzo troppo conveniente per essere vero. All’epoca, la maggior parte di noi comprava e consumava crack, ovvero cocaina da fumare. Tutti, però, avrebbero desiderato mettere le mani sulla cocaina pura, che poteva essere tagliata, cioè combinata con altre sostanze, per renderla più desiderabile o più potente per i consumatori o più redditizia per lo spacciatore. Se fossi riuscito ad averne un chilo, l’avrei tagliata con un’altra droga per ottenere il miglior prodotto da mettere in circolazione. Una volta che ti sei guadagnato la reputazione di avere un prodotto “bomba”, puoi vendere anche acqua a una balena. 

Mentre Jerry parlava, io continuavo a osservare gli altri. Cercavo di capire in che modo loro stessero leggendo lui, e avevo l’impressione che Jerry avesse ormai conquistato definitivamente i miei amici. All’inizio ero stato sospettoso, ma stavo abbassando la guardia, visto che tutti quelli che rispettavo per la loro esperienza di strada avevano ormai accettato Jerry e José. Proprio mentre stavo per dare il mio segnale d’approvazione mentale a quei due, mi sono accorto di uno scambio di sguardi tra di loro. Non era stata un’occhiata evidente, ma aveva catturato la mia attenzione. Sembrava comunicare qualcosa di negativo, di certo non buono per me e per i miei amici. Mi sono guardato di nuovo intorno per vedere se anche gli altri si fossero accorti di qualcosa. Tutti sembravano comportarsi come se si trattasse di uno dei soliti affari. Tutti, tranne me. Facevo finta di avere abboccato, però ero in allerta e il mio radar era puntato su Jerry e José.

Più passava il tempo, più la conversazione scivolava in una serie di mormorii incomprensibili. Più fumavo, più mi sentivo stanco. Alla fine, crollai addormentato. La mattina dopo, mi sono svegliato con un dolore lancinante al fianco: avevo dormito in una posizione innaturale. 

Jerry, José e D erano spariti. Mi sentivo stordito a causa del mix di sbornia da marijuana e mancanza di sonno. Avevo perlustrato la stanza in cerca di qualcosa di insolito, ma nulla sembrava fuori posto. Andai nella stanza sul retro a controllare le cose che avevo nascosto la sera prima. Erano ancora tutte lì. Tirai un sospiro di sollievo. Poi, però, mi ricordai lo sguardo che si erano scambiati Jerry e José. Cominciai a chiedermi se non stessi esagerando.

No, non stavo esagerando. 

Nei giorni successivi non rimasi molto in appartamento, quindi non vidi personalmente né Jerry né José, ma sapevo che erano stati lì più volte. Passò una settimana. Un giorno, ero lì con altri ragazzi, quando Jerry e José bussarono alla porta. Questa volta D non era con loro. Ricordo di aver pensato: “Wow, è bastata una sola settimana perché questi ragazzi venissero qui da soli”. Sapevo che abitavano in un appartamento nello stesso complesso, quindi era abbastanza chiaro che li avremmo visti spesso.

Eravamo tutti seduti in salotto. Avevo deciso di rimanere lucido, perché Jerry e José continuavano a trasmettermi quella strana sensazione di allarme. Con la mente libera, mi era diventato sempre più chiaro che in quei due c’era qualcosa di strano. Sapevo che non erano poliziotti sotto copertura, ma avevo capito che “scottavano”: nel mondo dei delinquenti, erano il tipo di soggetti che tendono ad attirare su sé stessi un’attenzione indesiderata, come quella della polizia. Io ero un criminale, e fino a quel momento anche di successo; l’ultima cosa che volevo era avere intorno qualcuno che avrebbe potuto farmi arrestare.

Il pomeriggio scivolò via e Jerry ci chiese se volessimo andare con lui in un locale notturno. Non amavo i locali perché li consideravo uno spreco di tempo e di denaro, senza contare tutti i giochetti mentali necessari per ottenere il numero di telefono da una ragazza. D’altronde, non si può parlare davvero con una ragazza in un posto in cui la musica è assordante. Se mi fosse servita un’altra ragione per non andare, ero anche piuttosto sicuro che Jerry e José avrebbero creato dei problemi. Due o tre dei miei amici avevano accettato l’invito e io li avevo giudicati degli incoscienti. Non si accorgevano della falsità dei gesti e degli atteggiamenti di Jerry e José? Quei ragazzi erano pericolosi. Andare in giro con loro avrebbe potuto farci arrestare tutti, o anche peggio.

Jerry e José erano andati via promettendo che sarebbero tornati per le 20:30. Non appena si erano chiusi la porta alle spalle, dissi subito ai miei amici che secondo me erano dei pazzi a seguirli. Per 45 minuti discutemmo su cosa pensassimo di loro e se potevamo davvero fidarci abbastanza da lasciarli interagire con la Gen. Eravamo divisi. Alle 20:00 circa, uscii per sbrigare alcune commissioni. Quando tornai, un’ora dopo, fui sollevato nel vedere che nessuno li aveva seguiti. La mattina seguente, fummo tutti contenti di non esserci cacciati nei guai. 

Sabato mattina. Televisione accesa come al solito. Edizione straordinaria del notiziario. Servizio in diretta. Riconosciamo il tratto di autostrada, quello che passava vicino al nostro condominio. Gli occhi di tutti erano incollati allo schermo.

La polizia dello Stato del Maryland aveva ricevuto una segnalazione su un tappeto arrotolato dall’aspetto sospetto, abbandonato sul ciglio della strada. L’agente che si era recato sul posto aveva notato dei capelli neri che uscivano da un lato. All’interno erano stati ritrovati i corpi di tre donne, di età compresa tra i diciannove e i venticinque anni. Erano state uccise a colpi d’arma da fuoco, avvolte nel tappeto e abbandonate sul luogo del ritrovamento. 

Fino a quel momento della mia vita avevo visto molte cose folli. Ero stato coinvolto in sparatorie, rapine, scambi di droga finiti male e cose di cui mi vergogno a parlare. Pensavo che nulla potesse più scalfirmi. Ma mi sbagliavo. Ci sbagliavamo tutti. Noi ragazzi della Gen avevamo visto tanta malvagità da essere diventati troppo duri per lasciar trasparire le emozioni. Tuttavia, mentre seguivamo il notiziario, abbiamo condiviso l’orrore di quel momento. Per dieci minuti nessuno parlò. Fu la mia voce a rompere il silenzio: 

“Non lo so, ragazzi. Spero che non siano stati quei due a fare fuori le tre ragazze”, avevo detto scuotendo la testa e sperando il contrario. Non avevo ricevuto risposta, ma non riuscivo a capire se i ragaz-zi avessero il mio stesso sospetto. Forse erano soltanto sconvolti perché il fatto era accaduto così vicino a noi. In quell’istante mi sono reso conto che da un momento all’altro la polizia avrebbe invaso il quartiere, e non per le solite ronde di routine. 

Avremmo dovuto fermare l’attività di spaccio. In quelle condizioni, era troppo rischioso continuare a vendere crack fuori dall’appartamento. Avevo deciso che dovevo prendere le distanze da tutti per un po’. 

Seguii il mio istinto e lasciai la casa. Un paio di giorni dopo, avevo scoperto che i colpevoli del triplice omicidio erano proprio Jerry e José. Jerry aveva raccontato tutto a D, che a sua volta aveva informato noi.

Quella notte erano andati al locale, avevano conosciuto le tre ragazze e le avevano portate nel loro appartamento, a soli quattro isolati dal nostro. In preda ai fumi dell’alcol e della droga, Jerry aveva fatto delle avance a una delle ragazze, ma lei lo aveva respinto. Lui aveva provato con insistenza a forzarla, ma lei aveva rifiutato con fermezza ogni volta. A quel punto, tutte e tre le ragazze chiesero di essere riaccompagnate alle loro auto, che erano rimaste fuori dal locale. Jerry e José l’avevano considerata una mancanza di rispetto. Le hanno caricate sul furgone e, dopo aver guidato fino a una strada buia, le hanno uccise a colpi di pistola. Poi hanno avvolto i corpi in un tappeto e li hanno scaricati sul ciglio della strada. 

Per tutto il tempo in cui ascoltavo la storia, continuavo a pensare a quello sguardo che si erano scambiati nel nostro appartamento. Sapevo che in loro c’era qualcosa che non mi piaceva. Sapevo che quei tizi avrebbero portato guai. Sul momento, però, non ero riuscito a capire di che tipo.

Un mese dopo gli omicidi, le indagini della polizia portarono a Jerry e José. Jerry temeva che una soffiata potesse tradirlo, perciò uccise José. Tre mesi dopo, la polizia lo catturò e lo accusò dell’omicidio delle tre ragazze. Fu mandato a scontare la pena nello stesso penitenziario in cui era recluso il fratello di una delle ragazze uccise. Quest’ultimo apparteneva a una banda criminale, il che significava che, nel momento in cui Jerry fosse entrato in prigione, sarebbe stato un uomo morto.

Una cattiva interpretazione può ucciderti

Ancora oggi mi chiedo cosa sarebbe successo se fossi andato in quel locale con Jerry e José. Probabilmente avrei avuto il buon senso di non prendere parte a tutto ciò che accadde quella notte, ma non sarebbe cambiato molto. Il solo fatto di trovarmi con loro mi avrebbe reso complice di tre omicidi. La mia vita sarebbe stata completamente diversa e, molto probabilmente, sarebbe finita lì. 

Ogni volta che ci penso, ritorno con la mente a quello sguardo che vidi rivolgere da Jerry a José e penso anche al modo in cui avevo interpretato quell’occhiata. Notai qualcosa nel loro linguaggio del corpo che mi fece diffidare di loro e oggi attribuisco quella percezione esclusivamente alla misericordia di Dio. 

Se non avessi notato quello sguardo o se lo avessi interpretato nel modo sbagliato, forse avrei ignorato anche tutti gli altri segnali che mi spinsero a essere così prudente. Sono consapevole che aver capito chi fossero Jerry e José ha salvato la vita a me e probabilmente anche ad alcuni dei miei amici.

La mia interpretazione ha portato all’applicazione pratica: le mie percezioni su ciò che era giusto o sbagliato mi hanno spinto a comportarmi in modo diverso. È sempre così. Ciò che vedi, pensi o percepisci influenza ciò che fai. Se interpreti che camminare in una certa strada potrebbe essere pericoloso, probabilmente la tua azione sarà: non imboccare quella strada! L’interpretazione è uno stile di vita quotidiano per ogni persona. 

Esistono numerose forme di interpretazione. Spieghiamo, analizziamo, giudichiamo e comprendiamo tutto ciò che ci circonda nel tentativo di dare un senso al mondo. Interpretiamo il pianto di un bambino per capire se ha fame o sonno. Interpretiamo il linguaggio del corpo per capire se la persona con cui stiamo parlando è interessata a quello che diciamo oppure no. Interpretiamo il tono della voce per capire se qualcuno è arrabbiato o meno. Interpretiamo le e-mail e i messaggi di testo in base alla persona, al mezzo di comunicazione e al contenuto. I punti esclamativi, per esempio, possono indicare entusiasmo o rabbia, a seconda di come li interpreti.

Senza interpretazione non possiamo funzionare. Tutti interpretiamo e prendiamo decisioni basate sulle nostre interpretazioni. Queste decisioni rappresentano la nostra applicazione. 

In un certo senso, la vita è davvero così semplice. Siamo esseri che interpretano tutto e poi agiscono in modo coerente con tale interpretazione. Spesso è per questo che non ci piace essere confusi. Quando siamo confusi, non riusciamo a interpretare chiaramente gli eventi e non sappiamo cosa fare. Dovrei scappare o restare? Dovrei ridere o piangere? Dovrei accettare o rifiutare? Sono tutte domande basate sull’interpretazione e sull’applicazione.

Interpretazione e applicazione sono sempre collegate, anche se non sempre in modo perfetto. Un’interpretazione corretta ti offre il miglior punto di partenza per un’applicazione giusta e, tanto migliore è la tua interpretazione, tanto più è probabile che tu arrivi a una corretta applicazione.

Che cos’è, in fondo, il famoso “senno del poi”? È una reinterpretazione di un evento alla luce di nuove informazioni che, se avessimo avuto fin dall’inizio, avrebbero potuto migliorare la nostra applicazione. 

Tuttavia, è possibile, e talvolta persino facile, avere un’interpretazione solida e scegliere comunque un’applicazione sbagliata. Questa è la battaglia che affrontiamo continuamente in quanto credenti che vivono in un mondo decaduto.

A causa della corruzione del peccato, portiamo dentro di noi una natura peccaminosa che ci allontana dal processo di giusta interpretazione e giusta applicazione. Anche quando interpretiamo correttamente Dio e la Sua Parola, la vecchia natura si oppone in noi per resistere all’applicazione pratica richiesta da Dio. Spesso impediamo a noi stessi di riconoscere la verità per poi applicarla correttamente.

È una guerra invisibile, ecco perché c’è bisogno di parlarne.

L'ermeneutica, questa sconosciuta

Per alcuni cristiani, il termine “ermeneutica”, quando applicato alla Bibbia, può essere aggravato da pregiudizi negativi. Non riguarda ciò che fa il mio pastore prima di predicare? Non è quello che fan-no i commentatori prima di scrivere i loro libri? Non molti lo ammettono, ma è facile pensare che l’ermeneutica sia un’attività fuori dalla nostra portata, riservata ai pochi eletti che hanno raggiunto le vette della chiarezza. Noi altri restiamo laggiù, nel “mondo dei semplici”, cercando di ritagliarci al massimo qualche minuto di devozione personale. 

Vorremmo sapere ciò che sanno loro e li stimiamo per la loro conoscenza biblica. Siamo colpiti dal loro rigoroso percorso di formazione e immaginiamo di non avere né il tempo né la possibilità di fare ciò che hanno fatto loro. 

Ecco, il problema è proprio questo. L’interpretazione della Bibbia è diventata un’attività troppo esclusiva.

A chi pensi quando si parla di solidi interpreti della Bibbia? Ai padri della Chiesa, come Giovanni Crisostomo e Agostino? Forse a Martin Lutero, Giovanni Calvino, oppure a Charles Spurgeon? Sicuramente in cima alla lista ci sono alcuni “pesi massimi” contemporanei, come John Piper, Donald Carson e Tim Keller. Qualcuno potrebbe spingersi ancora più in là e citare l’apostolo Paolo: ottima scelta!

A questo punto, c’è qualcosa da notare. Quando si pensa agli “ermeneuti della Bibbia”, che cosa ci viene quasi sempre in mente? Intelletto e preparazione.

Senza nemmeno rendercene conto, abbiamo finito per considerare l’interpretazione come qualcosa di strettamente legato a un’istruzione avanzata, a una grande capacità intellettuale e a un particolare dono di saggezza e intuizione. In queste pagine, però, il mio intento è dimostrare che interpretare la Bibbia non è principalmente una questione di intelletto o di preparazione accademica. E voglio farlo soprattutto facendo notare ciò che possiamo imparare sull’ermeneutica biblica dal grande assente nella nostra precedente lista.

Abbiamo dimenticato di citare Gesù. 

Il più grande interprete della Parola di Dio è Gesù Cristo, e ha chiamato quanti credono in Lui a imitarlo. 

L’interpretazione della Parola di Dio, insegnata e applicata, fu il mezzo principale utilizzato da Gesù. Con essa evangelizzava e faceva discepoli. Utilizzando anche i miracoli per confermarla, Gesù interpretava la Parola di Dio e applicava l’insegnamento alla vita reale. Nel farlo, ci ha lasciato un esempio chiaro del modo in cui tutti, e soprattutto quelli che credono in Lui, devono interpretare le Scritture. Ha lasciato delle tracce da seguire. Ma per molti quel sentiero si è perso. Per loro, l’interpretazione delle Scritture è diventata più una questione di istruzione che di imitazione.

Il cristiano medio si accontenta di lasciare l’ermeneutica al proprio pastore o alle pagine di un testo scritto da uno studioso della Bibbia. Non c’è dubbio che i commentari possano essere degli ottimi strumenti. Li uso e li apprezzo. A volte, mentre li leggo, penso: “Non sarei mai arrivato a queste conclusioni da solo”. Questi commentatori sono brillanti e possono intimidire.

I commentari possono aiutarci a soddisfare il desiderio di comprendere correttamente le Scritture, ma il problema è: un diploma di un buon Istituto Biblico o una formazione accademica in una facoltà teologica sono davvero l’unica strada per interpretare correttamente la Parola di Dio? Era davvero questo l’intento originario del Signore? La maggior parte di noi che crediamo in Cristo è destinata a rimanere bloccata finché non legge le riflessioni di qualche uomo erudito e brillante? Io credo di no. Almeno, non secondo Gesù. Gran parte di ciò che Egli si aspetta da noi è che lo imitiamo nell’interpretare correttamente la Bibbia. Per ogni cristiano, la chiamata all’imitazione andrà sempre di pari passo con l’interpretazione. 

Siate imitatori di Dio: siate interpreti, come Gesù.


Capire la Bibbia con Gesù

Molti credenti pensano che interpretare la Bibbia sia un compito per esperti: servono studi, strumenti, lingue originali.

Altri, invece, la leggono in modo rapido e selettivo, cercando soltanto ciò che “funziona” per il momento.

Curtis Allen propone una via diversa, semplice e rivoluzionaria: per interpretare bene la Scrittura, il primo passo non è l’istruzione, ma l’imitazione.

Gesù è stato il miglior Interprete della Parola: ha mostrato come ascoltare, comprendere e applicare ciò che Dio ha detto. E i Suoi discepoli sono chiamati a seguirlo anche in questo.

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