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Il vero Giobbe
Un patriarca nel tunnel dell'oscurità


Chi pensa di avere familiarità con il personaggio di Giobbe è possibile che debba rivedere la propria posizione. 

Il primo versetto del suo libro ci dice che egli viveva nel paese di Uz, apparentemente situato tra Edom (l’odierna Giordania meridionale) e Babilonia (l’odierno Iraq centro-meridionale). Sorprendentemente, dunque, si tratta della storia di un uomo non israelita che vive lontano dalla terra promessa.

Il testo biblico ci descrive Giobbe come un uomo devoto, che “temeva Iddio e fuggiva il male” (Giobbe 1:1). In Giobbe 1:1-5, il nome usato per Dio è quello generico Elohim. Ma a partire dal versetto 6, il nome di Dio cambia prevalentemente in Yahwèh, il nome distintivo del Dio del patto di Israele. Giobbe è dunque chiaramente identificato come un servo timorato di Yahwèh. 

In tutta la Bibbia, “temere Dio” è l’espressione classica per indicare la vera sapienza e il libro si apre presentando Giobbe come un uomo saggio e giusto, che teme il Dio del patto di Israele (Yahwèh), pur vivendo a oriente.

Giobbe era anche grandemente benedetto sul piano materiale e il primo capitolo del libro lo descrive come “il più grande di tutti gli orientali”. 

Un uomo "troppo buono per essere vero"?

Questo è il modo in cui Giobbe appariva ai suoi conterranei. Ma come appare agli occhi di Dio? Nei capitoli 1 e 2, il racconto si muove avanti e indietro tra il cielo e la terra. Sorprendentemente, è Yahwèh stesso a richiamare l’attenzione di Satana su Giobbe, descrivendolo con le stesse parole del narratore (cfr. Giobbe 1:1 con 1:8). Satana, però, mette in dubbio questa valutazione, sostenendo che Giobbe teme Dio unicamente perché Egli lo protegge e lo benedice. 

In questo modo, la fede di Giobbe viene messa in discussione: perché serve davvero il Signore? Quali sono le sue motivazioni? In altre parole, l’incontro tra Yahwèh e Satana sposta il focus della storia dall’apparenza alla realtà più profonda di ogni essere umano: il cuore. 

In effetti, nella descrizione di Giobbe 1:1-5 sembra esserci una sottile ironia. Giobbe ci viene presentato come un uomo quasi “troppo buono per essere vero”, e questo è confermato dalle sue pratiche devozionali descritte in 1:5. Giobbe permetteva ai figli di organizzare regolarmente dei banchetti, ma dopo ogni periodo di festeggiamenti li sottoponeva a un rito di purificazione. Temendo che i figli avessero “peccato e ... rinnegato Iddio nel loro cuore”, offriva un olocausto per ciascuno di loro. Giobbe aveva la sensazione che qualcosa potesse non andare per il verso giusto nella vita dei suoi figli e temeva che avessero commesso il peccato più grave: maledire Dio, una colpa che in Israele in futuro meriterà la pena di morte. Forse, dunque, non tutto era perfetto come sembrava nella vita dei suoi figli, ma la paura più grande di Giobbe era che il loro comportamento potesse attirare il giudizio di Dio anziché la Sua benedizione. Di conseguenza, una parte della religiosità di Giobbe era motivata da un’ansia e da una paura non del tutto giustificate. 

Guardiamo più da vicino le parole di Satana: c’è più di quanto sembri a prima vista, una verità parziale e distorta, proprio come nel discorso del serpente in Genesi 3. In quell’occasione, il serpente afferma correttamente che Adamo ed Eva non sarebbero morti il giorno stesso in cui avessero mangiato il frutto proibito. Ovviamente, dal punto di vista spirituale morirono immediatamente, ma la morte fisica non fu istantanea. Allo stesso modo, anche in Giobbe, Satana coglie correttamente la presenza di motivazioni miste nel suo timore di Dio

Dio concede all’avversario il permesso di mettere alla prova Giobbe, seppur entro limiti ben precisi (Giobbe 1:12; 2:6), prima con la morte dei suoi figli e la distruzione delle sue ricchezze (Giobbe 1:13-19) e poi con una malattia dolorosa (Giobbe 2:7). Dopo la perdita dei figli e dei beni, Giobbe mostra una fede straordinaria:

“Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; l’Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell’Eterno” (Giobbe 1:21).

Allo stesso modo, quando Giobbe è colpito da una terribile malattia e sua moglie lo esorta dicendo: “Ma lascia stare Iddio, e muori!” (Giobbe 2:9), probabilmente suggerendogli il suicidio, Giobbe risponde: “Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?” (Giobbe 2:10).

Sgretolamento interiore

Potremmo pensare che il libro di Giobbe dovrebbe terminare qui, con la fede che trionfa sull’avversità. Invece, prosegue per altri quaranta capitoli, durante i quali Giobbe cerca di dare un senso a quanto gli è accaduto. Alla fine del secondo capitolo, arrivano tre suoi amici: Elifaz, Bildad e Zofar. Questi, dando prova di saggezza, si siedono accanto a lui in silenzio per sette giorni, partecipando al suo cordoglio. Sembrano proprio cominciare con il piede giusto: apprendono immediatamente dell’afflizione di Giobbe, affrontano un lungo viaggio per stargli accanto e, quando lo vedono, faticano a riconoscerlo, comprendendo così la gravità delle sue sofferenze (Giobbe 2:11-13). 

Nel terzo capitolo, Giobbe sprofonda nella disperazione, maledicendo il giorno della propria nascita e desiderando di poter annullare la trama stessa della creazione. Nel suo primo discorso, Giobbe maledice il giorno, la luce e la notte, invertendo strategicamente l’ordine della creazione di Dio in Genesi 1.  Mentre si sgretola interiormente, Giobbe rivela involontariamente aspetti importanti di sé. Per esempio, immagina che, se fosse morto, avrebbe conservato il suo elevato status sociale e sarebbe stato in compagnia di re, consiglieri e governanti ricchi (Giobbe 3:14).

Al capitolo 3, versetto 25, Giobbe riconosce che ciò che gli è accaduto non è altro che la realizzazione delle sue paure più profonde. Proprio le cose dalle quali la sua religiosità lo avrebbe dovuto proteggere si sono abbattute su di lui. Pur provando compassione per la sua condizione, vediamo che la sofferenza sta toccando quelle aree della sua vita che avevano più bisogno di essere trasformate, affinché potesse diventare davvero saggio. Nulla di tutto ciò è piacevole e la sua sofferenza è inimmaginabile, eppure, nonostante Satana, o addirittura proprio attraverso le sue intenzioni, Dio si sta adoperando alla formazione e trasformazione di Giobbe. 

Sofferenza creativa

Il fatto che il patriarca debba affrontare le sue paure più profonde, quelle dalle quali cercava di proteggersi con maggiore forza, indica che c’è qualcosa di più di una sofferenza priva di senso. Una psicologa, Brenda Stephenson, definisce questa esperienza “sofferenza creativa”. Questa espressione non sminuisce affatto l’atrocità dell’afflizione di Giobbe, ma indica che, in mezzo a quel dolore, è in atto un processo trasformativo. La sofferenza profonda è terribilmente lenta e prolungata, proprio come lo sono i capitoli dal 3 al 41 del libro. Se trovi questi capitoli lenti, ripetitivi e cruenti, ricorda che il libro fa vivere al lettore l’esperienza stessa della sofferenza: è estenuante, logorante e dà la sensazione di un ciclo doloroso senza fine. È implacabile.

In Giobbe 42:5, il patriarca guarda indietro e descrive il viaggio che ha compiuto: “Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora il mio occhio ti ha visto”. Sta compiendo un percorso che lo porterà a una saggezza più profonda. Si tratta di un viaggio profondamente formativo che conduce a una maggiore conoscenza di Dio; naturalmente, nella vita cristiana, le due cose vanno di pari passo. La sofferenza di Giobbe finisce. Egli viene trasformato e la sua condizione viene ristabilita (Giobbe 42:1-17), ma i capitoli dal 3 al 41 ci ricordano che non esistono scorciatoie nel cammino verso la santità.

Tutti desideriamo essere santi, ma in pochi sono disposti ad affrontare il viaggio che ciò richiede!



Affronta il grande viaggio
di Giobbe

 
Il Libro di Giobbe non addolcisce la sofferenza né offre soluzioni rapide. Fa qualcosa di più necessario: ci porta davanti a Dio con sincerità. Giobbe perde tutto, discute, protesta, si dispera e chiede conto al Signore.
Ed è proprio in quel momento, quando la fede viene messa alla prova, che Dio lo conduce a una conoscenza più profonda di Sé. Questo volume della collana “La Parola che trasforma” accompagna il lettore in un percorso chiaro e pratico attraverso il libro di Giobbe, per imparare a:

• distinguere tra spiegazioni religiose e vera consolazione; 
• parlare con Dio nel dolore senza perdere la fiducia; 
• scoprire come la prova possa diventare formazione, maturità e sapienza. 

Ogni capitolo offre strumenti di lettura, testi biblici consigliati e domande per la riflessione personale o di gruppo, per lasciarsi trasformare dalla potente Parola di Dio.

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