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L'edonismo cristiano
Perché la gioia può essere considerata un dovere

“Edonismo cristiano”: una definizione controversa per uno stile di vita antico quasi quanto il mondo. 

La gioia come dovere risale addirittura a Mosè, autore dei primi libri della Bibbia, che annunciò conseguenze terribili in caso di infelicità: “E perché non avrai servito l’Eterno, il tuo Dio, con gioia e di buon cuore … servirai i tuoi nemici” (Deuteronomio 28:47, 48). 

È stato accolto e messo in pratica anche dal re Davide, che definiva Dio il proprio “giubilo” (Salmo 43:4) e che diceva: “Servite l’Eterno con gioia ...” (Salmo 100:2) e “Prendi il tuo diletto nell’Eterno ...” (Salmo 37:4); colui che ha pregato: “Saziaci al mattino della tua grazia, e noi … gioiremo tutti i nostri giorni” (Salmo 90:14) e che ha promesso che il piacere completo e duraturo si trova soltanto in Dio: “... vi sono gioie a sazietà alla tua presenza; vi sono delizie alla tua destra in eterno” (Salmo 16:11).

… ma anche da Gesù, che ha detto: “Beati voi, quando vi oltraggeranno … Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli …” (Matteo 5:11, 12) e anche: “Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa” (Giovanni 15:11); Lui che ha sopportato la croce “... per la gioia che gli era posta dinanzi ...” (Ebrei 12:2) e che ha promesso che, alla fine, i servi fedeli avrebbero sentito le parole: “... entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25:21).

… e anche da Giacomo, il fratello di Gesù, che ha detto: “... considerate una grande gioia le prove svariate in cui venite a trovarvi ...” (Giacomo 1:2).
… e anche dall’apostolo Paolo, che esortava a essere “... contristati, eppur sempre allegri ...” (II Corinzi 6:10), che ha definito i membri della propria squadra ministeriale “... collaboratori della vostra gioia ...” (II Corinzi 1:24), che ha ordinato ai cristiani: “Rallegratevi sempre nel Signore ...” (Filippesi 4:4) e perfino di “[gloriarsi] anche nelle afflizioni” (Romani 5:3).

… e anche dall’apostolo Pietro, che ha detto: “… anzi, rallegratevene, in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, affinché anche alla rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi giubilando” (I Pietro 4:13).

… e anche da Agostino d’Ippona, che nell’anno 386, aveva trovato in Dio il piacere supremo, liberato al tempo stesso dalla lussuria e dalla dissolutezza. “Com’è stato dolce, in un sol colpo, liberarmi di quelle gioie infruttuose che un tempo temevo di perdere! … Tu me le hai allontanate, tu che sei la vera gioia sovrana. Tu le hai allontanate da me e hai preso il loro posto, tu che sei più dolce di ogni piacere …”.  

… e anche da Blaise Pascal, che aveva compreso che: “Tutti gli uomini cercano la felicità, senza eccezioni; e tutti tendono a questo fine, sebbene i mezzi impiegati siano diversi … La volontà non fa mai il più piccolo passo se non in direzione di questo oggetto. Questo è il motivo di tutte le azioni di tutti gli uomini, finanche di quelli che si impiccano”. 

… e anche dei puritani, il cui scopo primario era conoscere Dio, al punto che si spinsero a dire: “... prendere diletto in Lui sia il lavoro della nostra vita”,  perché sapevano che questa gioia avrebbe consentito ad ognuno di loro di essere “... armato contro gli assalti dei nostri nemici spirituali” e avrebbe fatto “perdere [loro] il gusto per quei piaceri con i quali il tentatore innesca i propri ami”. 

… e da Jonathan Edwards, che ha scoperto e insegnato con pari intensità ed efficacia che “... la felicità della creatura consiste nella gioia in Dio, mediante la quale anche Dio è magnificato ed esaltato.”  “Il fine della creazione è che la creazione stessa possa glorificare [Dio]. Ora, che cosa glorifica Dio, se non la gioia per la gloria che Egli ha manifestato?”. 

… e da C. S. Lewis, che ha scoperto che: “Ci accontentiamo troppo facilmente”. 

… e, infine, anche da migliaia di missionari che hanno lasciato ogni cosa per Cristo e che, alla fine, hanno detto, facendo eco al medico missionario David Livingstone (1813-1873): “Io non ho mai fatto un sacrificio”. 

L’edonismo cristiano non è una novità.

Quindi, se l’edonismo cristiano è uno stile di vita tradizionale e classico, per quale ragione è tanto controverso? Un motivo dipende dal fatto che si sostiene che la gioia non sia una mera conseguenza positiva dell’ubbidienza a Dio, bensì una parte dell’ubbidienza stessa.

Sembra che la gente sia propensa a pensare che la gioia sia un derivato della nostra relazione con Dio, piuttosto che una Sua componente fondamentale. Si sentono a disagio a dire che abbiamo il dovere di ricercare la gioia. 

Gioia come dovere cristiano

Fanno affermazioni come: “Non cercare la gioia; cerca l’ubbidienza”. L’edonismo cristiano, invece, risponde: “Sarebbe come dire: ‘Non mangiare le mele; mangia la frutta’”. Questo perché la gioia è un atto di ubbidienza. Abbiamo l’ordine di rallegrarci in Dio. Se ubbidire significa fare ciò che Dio ordina, la gioia non è una semplice conseguenza dell'ubbidienza, ma è ubbidienza.

La Bibbia ci esorta più volte a cercare la gioia: “Rallegratevi nell’Eterno e fate festa, o giusti! Giubilate voi tutti che siete retti di cuore!” (Salmo 32:11). “Le nazioni si rallegrino e giubilino …” (Salmo 67:4). “Prendi il tuo diletto nell’Eterno …” (Salmo 37:4). “… rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Luca 10:20). “Rallegratevi sempre nel Signore. Da capo dico: rallegratevi” (Filippesi 4:4). 

La Bibbia non insegna che dovremmo considerare la gioia come un sottoprodotto del dovere. A questo proposito, C. S. Lewis scrisse a un amico: “Come sai, è un dovere cristiano che tutti siano più felici possibile”.  Si tratta certamente di una questione rischiosa e controversa. Tuttavia, è assolutamente vera. Il massimo della felicità, sia in termini di qualità che di quantità, è esattamente ciò che abbiamo il dovere di cercare.

Un credente saggio ha descritto il rapporto tra dovere e piacere in questi termini:

Supponiamo che un marito chieda alla moglie se deve darle il bacio della buonanotte. Lei gli risponde: “Devi, ma si tratta di un dovere di un altro tipo”. Quello che intende è: “Certo che dovresti, ma a motivarti dovrebbe essere un affetto spontaneo per la mia persona. In assenza di questo, qualsiasi altro approccio sarà privo di una reale dimensione affettiva”.  

In altre parole, se un bacio non è accompagnato dal piacere e dalla gioia, viene meno il senso più autentico di questo gesto. Il piacere nei confronti della moglie, espresso dal bacio, è parte integrante del dovere, non un suo sottoprodotto. 

Se il piacere nel fare il bene è parte integrante della natura del bene stesso, allora la ricerca del piacere è parte della ricerca della virtù. Forse iniziamo a comprendere in che senso la questione inizi a diventare controversa. Il punto è che si tratta di una questione seria.

Qualcuno si chiede: “È davvero questo che intendi?”. “Intendi davvero che l’uso della parola edonismo non è soltanto un espediente per attirare la nostra attenzione? Ci dice qualcosa di completamente e incredibilmente vero sul modo in cui dovremmo vivere? Che la ricerca del piacere è davvero una parte imprescindibile della vita di chi ambisce a essere una brava persona?”. È proprio così. È proprio questo che intendo. È quanto intende la Bibbia. È ciò che Dio vuole esprimere. Si tratta di una questione di massima serietà. Non stiamo facendo giochi di parole.

Voglio essere veramente chiaro: parliamo sempre di gioia in Dio. Anche la gioia nel fare il bene è, in definitiva, gioia in Dio, perché il bene supremo a cui tendiamo costantemente è manifestare la Sua gloria ed estendere la nostra gioia in Lui al prossimo. Qualsiasi altra gioia sarebbe qualitativamente insufficiente a soddisfare il vero desiderio della nostra anima e quantitativamente troppo esigua in funzione del nostro bisogno, che è eterno.

Soltanto in Dio c’è gioia a sazietà e gioia in eterno. 

“… vi sono gioie a sazietà alla tua presenza; vi sono delizie alla tua destra in eterno” (Salmo 16:11).




Il pericoloso dovere della gioia


La gioia in Dio non è un lusso per cristiani maturi, né un sentimento secondario riservato ai momenti migliori della vita spirituale. È una chiamata. Un dovere. Una necessità. 


John Piper affronta con coraggio una verità spesso trascurata: Dio non è glorificato in noi quando ci accostiamo a Lui per semplice abitudine, ma quando troviamo in Lui la nostra più profonda soddisfazione. Per questo la ricerca della gioia non è qualcosa di superficiale o facoltativo. È parte integrante della vera adorazione, dell’ubbidienza sincera e dell’amore genuino. 


Con il suo stile diretto e appassionato, Piper ci sfida a non accontentarci di piaceri piccoli, fragili e passeggeri, quando Dio ci chiama a trovare in Lui il bene più grande. In un tempo in cui molti credenti vivono la fede come peso, dovere freddo o routine, questo libro invita a riscoprire la bellezza di Cristo come sorgente di pienezza, stupore e diletto. Un libro intenso, provocatorio e profondamente biblico, che spinge il lettore a porsi una domanda decisiva: sto davvero trovando in Dio la mia gioia più grande?


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Credere nonostante tutto
La fede di Abacuc in un mondo in rovina

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