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La grandezza secondo Gesù
Superare uno standard basato sulla competizione

Poche parole di Gesù sono più familiari di queste:

“Se qualcuno vuole essere il primo, dovrà essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Marco 9:35).

Non dovrebbe quindi sorprendere che il concetto di “leadership di servizio” sia apprezzato sia dagli autori cristiani più noti nel campo della guida spirituale sia dagli studiosi professionisti del settore.

Temo, però, che alcune delle persone che citano più spesso questo principio semplice e diretto siano proprio quelle che ne violano maggiormente le reali implicazioni.

Non tutti sono ipocriti, ovviamente. Certo, alcune presunte guide spirituali sono deliberatamente disoneste: rendono omaggio a parole a un’umile attitudine di servizio, ma calpestano i loro collaboratori. Ma per molti altri, lo scarto tra principio e pratica deriva dal fatto che la maggior parte della nostra riflessione, sia pratica sia teorica e persino teologica, sulla responsabilità di guida nel servizio cristiano non tiene conto di tutto ciò che la Bibbia ha da dire sull’argomento.

Gesù non pronunciò queste parole nel vuoto, né intendeva che fossero considerate a sé stanti. Anzi, furono rivolte a un pubblico specifico, in un’occasione specifica e in risposta a eventi specifici. Inoltre, Gesù sviluppò questa affermazione in modo piuttosto ampio. Sebbene quella singola frase ci colpisca e ci rimanga impressa, possiamo coglierne il significato pieno soltanto considerando le circostanze in cui è stata pronunciata. Se non lo facciamo, rischiamo di agire in modo contrario a ciò che Gesù intendeva.

Siete curiosi? Permettetemi di mostrarvi che cosa intendo. 

Il contesto

Il Vangelo di Marco rivela diversi elementi riguardo al contesto immediato del detto di Gesù, a partire da 9:33, dove si legge:

 “Vennero a Capernaum e, quando egli fu in casa, domandò loro: ‘Di che discorrevate per strada?’. Essi tacevano, perché lungo la via avevano discusso fra loro su chi fosse il maggiore. Allora, postosi a sedere, chiamò i dodici e disse loro: ‘Se qualcuno vuole essere il primo, dovrà essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti’” (Marco 9:33-35).

Una lettura attenta del testo permette di fare almeno quattro osservazioni che contribuiscono a una comprensione più profonda dell’affermazione di Gesù sulla grandezza:

Fu rivolta inizialmente e più direttamente ai Dodici, il nucleo interno dei seguaci più impegnati di Gesù. Questi uomini furono scelti con cura e nella preghiera come coloro che avrebbero esercitato la guida nel regno che Egli stava inaugurando. Per cogliere il senso di questa affermazione è necessario comprenderne il significato e le implicazioni dal punto di vista dei primi ascoltatori.

Gesù e i Dodici erano appena rientrati da un viaggio, nel corso del quale si erano verificati diversi eventi significativi e preparatori.

Questa affermazione costituiva l’inizio di una risposta ben più ampia a ciò che Egli aveva udito mentre i Dodici discutevano su chi sarebbe stato considerato “il più grande” nel Suo regno.

L’affermazione rispondeva a una profonda ignoranza, da parte dei Dodici, circa la natura del regno di Gesù, il modo in cui sarebbe stato inaugurato e il modo in cui sarebbe stato governato.

Cos'è la grandezza?

È evidente che Gesù stesse parlando della grandezza, un tema che sembra ossessionare il nostro mondo contemporaneo. Usiamo il termine “grande” in molti modi. Lo impieghiamo per riferirci a:

  • dimensione o scala: i Grandi Laghi, un grande squalo bianco o un alano;

  • estensione o durata: la Grande Depressione, la Grande Peste;

  • conquista: Alessandro Magno (il Grande);

  • dominio, persino dominazione: Caterina la Grande, Erode il Grande;

  • abilità atletica: “Il Grande”, Wayne Gretzky.

Tuttavia, c’è confusione su ciò che la grandezza significhi realmente. Quando ho iniziato a lavorare a questo libro, il campione dei pesi massimi di pugilato Muhammad Ali, proclamato da sé stesso e da altri “il più grande di tutti i tempi”, era appena morto. Folle in tutto il mondo lo piansero e lo lodarono. Ma Muhammad Ali è davvero la personificazione della grandezza?

Senza dubbio, i successi di Ali come pugile dei pesi massimi giustificano la sua posizione come il più grande pugile della seconda metà del ventesimo secolo. Il suo status di icona culturale supera di gran lunga i suoi record sul ring, ma questo lo rende davvero grande? Egli, come molti altri, basti pensare a Paris Hilton e Kim Kardashian, rappresenta una cultura che confonde la celebrità con la grandezza.

Al celebre giornalista e satirico britannico del ventesimo secolo, Malcolm Muggeridge, viene attribuita la seguente definizione di celebrità: oggi si è famosi per il fatto di essere famosi.

E non fatemi nemmeno iniziare a parlare delle “classifiche”. Classifichiamo ogni cosa, come se una posizione alta fosse sinonimo di grandezza. Algoritmi sempre più sofisticati stabiliscono graduatorie sportive, culturali e commerciali; i film vengono valutati sulla base delle recensioni, gli indici di ascolto orientano il valore della pubblicità televisiva, e riviste e siti web stilano elenchi di persone, prodotti ed eventi considerati “migliori”, “più belli”, “più influenti” o “più popolari”. Sembra quasi che ogni cosa debba essere ordinata, confrontata e collocata in una graduatoria.

Ammettiamolo: l’umanità è ossessionata dalla grandezza. 

L’errore di fondo

E i discepoli? Il loro interesse per la grandezza era più puro di quello della nostra cultura, non è vero? Non necessariamente. Ciò che accomuna tutti gli usi del termine “grande” citati sopra è che si tratta di termini relativi. Essi ruotano fondamentalmente attorno al confronto.

Da qualche tempo, infatti, i discepoli di Gesù discutevano tra loro su quale posto avrebbero occupato nel nuovo ordine celeste. Diverse traduzioni e parafrasi bibliche in lingua inglese, come la Douay-Rheims, The Message, la Bibbia di Wycliffe e la Young’s Literal Translation, fanno intendere che una lettura più attenta del testo originale indichi che i discepoli non stessero discutendo su chi fosse il più grande in senso assoluto, ma su chi fosse più grande degli altri, chi avesse una posizione di maggiore rilievo.

C. S. Lewis insiste: “La superbia è essenzialmente competitiva: è competitiva per sua stessa natura” Per i discepoli, la grandezza era intrecciata all’orgoglio. Si trattava di un gioco a somma zero, una gerarchia destinata a superare tutte le altre. Alcuni vincono, altri perdono. Alcuni stanno più in basso, altri più in alto.

La competizione permea il nostro modo di pensare e di agire nel ministerio a tal punto che difficilmente ne riconosciamo la presenza o ammettiamo quanto essa addolori il nostro Signore e infanghi il Suo nome. In un sermone del 1968, meno di tre mesi prima del suo assassinio, Martin Luther King, Jr. la definì “l’istinto del tamburo maggiore”.  Le culture delle nostre chiese e le gerarchie organizzative nell’ambito del ministerio cristiano rischiano di assomigliare più alle strutture burocratiche aziendali che agli ecosistemi biblici.

Alcuni di noi potrebbero denigrare, in modo più o meno sottile, quei ministeri che ritengono discutibili dal punto di vista dottrinale o etico e, allo stesso tempo, invidiare il modo in cui riescono a ottenere dai loro partecipanti una quota di risorse che noi riteniamo di meritare più di loro. Potremmo viaggiare per il mondo come benefattori spirituali, manifestando una condiscendenza culturale verso fratelli e sorelle che sono più poveri di noi dal punto di vista economico, ma che hanno acquisito una saggezza e un’umiltà immensi attraverso la sofferenza.

Come i falsi pastori che Gesù ha denunciato nel capitolo 23 del Vangelo secondo Matteo, anche noi traffichiamo in credenziali, titoli, privilegi e posizioni.

E nemmeno i meno illustri e i più modesti tra noi ne sono immuni. Ci vantiamo del fatto che i nostri ministeri, relativamente poveri e poco conosciuti, non si siano compromessi come invece hanno fatto quelli di successo. Ci meravigliamo che i loro libri e sermoni mediocri dominino le classifiche, mentre i nostri languiscono nell’oscurità. Deridiamo ministeri che giudichiamo superficiali e patinati, come se la trasandatezza dovesse essere considerata un segno di superiorità spirituale.

Per i discepoli, e per molti di noi, il regno di Gesù è presumibilmente simile a tutti gli altri: una gerarchia in cui il rango è tutto. Questo presupposto fondamentale è alla base del dibattito che i discepoli stavano cercando di portare avanti alle spalle di Gesù. Ma la vera grandezza non ha nulla a che vedere con i confronti, come stavano per scoprire.

Gesù affrontò direttamente il presupposto dei discepoli. Capovolse le premesse su cui si basava il loro sistema di classificazione. Per Lui, la grandezza deve essere compresa in termini di carattere, non in termini di confronti tra posizioni più o meno dominanti. La grandezza si manifesta nel servizio, non nello status: “Se qualcuno vuole essere il primo, dovrà essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.

Dunque, sebbene sia vero che Gesù abbia riassunto l’essenza della grandezza in una sola frase, se limitiamo la nostra comprensione di questo episodio al resoconto abbreviato di Marco 9:35 o anche a quello più esteso di Marco 9:33-35, rischiamo di perdere una parte significativa di ciò che Gesù ebbe da dire sulla grandezza proprio in quella occasione.

Siamo esposti allo stesso rischio quando interpretiamo le Sue parole secondo cui la grandezza riguarda il carattere piuttosto che i confronti tra posizioni e il servizio piuttosto che lo status.


Scopri la vera grandezza

Nel nostro tempo la grandezza viene spesso confusa con visibilità, successo, potere o capacità di influenzare gli altri.

Anche nel mondo cristiano questi stessi criteri possono insinuarsi nel cuore, deformando il modo in cui viviamo il servizio, la responsabilità e la guida.

Partendo dalle parole di Gesù "Se qualcuno vuole essere il primo, dovrà essere l'ultimo di tutti e il servitore di tutti" (Marco 9:35) Ralph E. Enlow, Jr. attraversa i Vangeli mostrando che questa affermazione non fu una massima isolata, ma una risposta precisa alle rivalità, alle incomprensioni e alle ambizioni dei discepoli.

Più che un manuale di leadership cristiana, Servitore di tutti è un invito a riconsiderare carattere, umiltà, potere, riconciliazione e perdono alla luce degli insegnamenti di Gesù.

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