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La risurrezione cambia tutto
Perché Gesù è diverso da tutti gli altri


Un nobile ebreo fissa il pendio che termina con le mura di Gerusalemme. A un tiro di freccia dalle mura, collinette e montagnole digradano fino ad appiattirsi in una piana, punteggiata da tronchi d’albero contorti conficcati nella terra. Sono alberi spogli, ciascuno con una trave di legno fissata perpendicolarmente a un’angolazione diversa.

Dalle travi trasversali pendono i corpi scorticati di esseri umani.


I soldati che si aggirano tra le croci hanno giurato davanti agli dèi di far rispettare la volontà di Cesare a ogni costo. Gli uomini, contorcendosi in agonia, sono appesi alle travi perché accusati di insurrezione contro la volontà di Cesare. Al calar della notte, quando i corpi cederanno, branchi di cani selvatici arriveranno sulla pianura e, con i denti scoperti nello sforzo, punteranno le zampe anteriori contro le croci per strappare muscoli macellati e organi esposti. Quando i polmoni collassati dei crocifissi avranno esalato l'ultimo respiro rauco, gli avvoltoi scenderanno sulle carcasse per ingozzarsi di strisce di pelle rappresa. Questo è il destino di chi è condannato a morire sulla croce.


Siamo nel 70 d.C. Le legioni romane stanno soffocando nel sangue una rivolta iniziata quattro anni prima. Di fronte alla caduta imminente della loro città, migliaia di ebrei hanno tentato la fuga, ma sono stati catturati e torturati su quegli alberi senza foglie. Oggi, cinquecento di loro saranno inchiodati alle travi fuori dalla città. Centinaia di persone subiranno la stessa sorte il giorno dopo, e poi ancora e ancora, finché intorno a Gerusalemme non rimarranno più alberi nel raggio di miglia.


Il nobile ebreo che osserva la scena da fuori dalla città si chiama Giuseppe. È un fariseo che tenta di convincere i suoi connazionali a porre fine all'insurrezione. Anni dopo, Giuseppe descriverà i maltrattamenti inflitti dai Romani ai prigionieri: “I soldati, per la rabbia e il dispetto che provavano, inchiodavano i prigionieri alle croci in varie posizioni per ridicolizzarli. Il loro numero era così grande che... Non c'erano abbastanza croci per tutti quei corpi”.[1]


Quella non fu né la prima né l'ultima volta che i soldati romani crocifissero in massa dei sospetti insurrezionalisti. Nel corso dei secoli, i Romani ripeterono questa pratica con decine di migliaia di ribelli e schiavi, inchiodandoli alle travi di legno in posizioni grottesche finché non morivano. Appesi nudi sotto gli occhi di tutti, i cadaveri dei crocifissi urlavano un avvertimento silenzioso e attestavano l’inevitabile fine di chiunque avesse osato sfidare il potere di Roma.


La crocifissione rappresentava una minaccia costante soprattutto per i dissidenti e gli schiavi. Delle molte migliaia di vittime che vissero e morirono ai margini dell’ordine sociale romano, sono stati conservati soltanto i nomi di una minima parte. Oggi se ne ricordano ancora meno.


Eppure, a duemila anni dalla sua morte, il nome di uno di quegli uomini appeso sulla croce è caro a tutto il mondo.


Quest'uomo fu linciato alla periferia di Gerusalemme intorno all'anno 30 d.C., una generazione prima della distruzione della città, avvenuta nel 70. Dal punto di vista di chi governava da Roma, la Sua esecuzione era irrilevante, di routine. Dopo alcuni disordini nelle strade, durante una festa ebraica segnata da forti tensioni, tre sospetti furono inchiodati a delle croci su una collina fuori dalla città. L'avvertimento aveva funzionato, almeno secondo i Romani. Dopo questo monito a non provocare il potere di Roma, il resto della Pasqua ebraica si era svolto in modo pacifico, senza segnalazioni di disordini o rivolte.


Eppure, una rivoluzione c'era stata comunque.


Secondo un piccolo gruppo di ebrei fedeli, la croce non aveva segnato la fine di uno di quegli uomini. Il messaggio del Suo miracoloso ritorno in vita avrebbe finito per fagocitare lo stesso impero che Lo aveva condannato a morte.


Oggi, questo uomo crocifisso tanto singolare non è soltanto ricordato. È adorato e onorato da miliardi di persone come un essere divino.

 

Che cosa c’è di così diverso in Gesù?

Per quale motivo si dovrebbe pensare che tra tutte le migliaia di crocifissi per mano dei Romani, proprio questa vittima della croce sia tornata in vita per non morire mai più? Basta fare un paio di visite al cimitero per rendersi conto che la risurrezione è ben lontana dall’essere il destino più comune per un cadavere. Perché insinuare che il cadavere di quest’uomo non si sia decomposto, fino a tornare polvere, come quello di tutti gli altri?


Che cosa c’è di così diverso in Gesù di Nazaret?


Il cristianesimo dipende interamente dalla questione della reale risurrezione di Gesù dai morti: se Gesù sia davvero risorto dai morti. Questo è quanto ha affermato l’apostolo Paolo in una delle sue lettere: “… e se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati” (I Corinzi 15:17). O c’è stata una tomba vuota, oppure i cristiani hanno una fede vuota. Infatti, se la vita di Gesù si fosse conclusa quando lo hanno deposto nella tomba, tra Lui e tutti gli altri presunti messia giustiziati dai Romani non esiste alcuna differenza significativa. “Non è gran cosa credere nella morte di Cristo …”, disse nel V secolo ai suoi fedeli un influente pastore nordafricano di nome Agostino d’Ippona. “Questo è il nostro distintivo fondamentale: credere che Cristo è risuscitato”.[2]


Se Gesù è vivo, il cielo è sceso sulla terra e questo cambia tutto.


Non so che cosa pensiate della risurrezione di Gesù. Forse non ci avete mai riflettuto più di tanto; in tal caso, spero che questo libro vi incoraggi a considerare la portata immensa dell’affermazione che Gesù è vivo. Forse, invece, ci avete pensato a lungo e l’idea che qualcuno sia tornato dalla tomba duemila anni fa vi sembra assurda. Se è così, sono contento che abbiate scelto di compiere con me questo percorso, perché avete ragione: un’affermazione del genere non dovrebbe mai essere accolta né respinta con leggerezza.


In realtà, non mi sono sempre reso conto di quanto sia assurdo suggerire che qualcuno sia uscito da una tomba sigillata con una pietra, tre giorni dopo la sua sepoltura. Ho impiegato quasi vent'anni prima di rendermi conto di quanto possa sembrare assurda un'affermazione del genere. Tutto ha cominciato a cambiare quando avevo diciassette anni. È stato allora che la mia ingenua accettazione della fede cristiana è crollata, al bancone della biblioteca di una città universitaria nel nord-est del Kansas.


È stato anche il momento in cui ho iniziato a interessarmi alla risurrezione di Gesù come mai prima.



[1] Traduzione mia. Si veda Josephus, The Jewish War. Books 5-7, trad. di H. St. J. Thackeray, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1971, 5.449-51 (trad. it., Giuseppe, Guerra giudaica, Digital Soul, s. l. 2018); si veda anche Seneca, “De Consolatione ad Marciam”, in Moral Essays, trad. di John W. Basore, vol. 2, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1932, 20.3 (trad. it., Le consolazioni, BUR, Segrate 2019).

[2] Augustine, Expositions of the Psalms, vol. 5, 99–120, trad. it. Maria Boulding (Hyde Park, NY: New City, 2004), 120:6 (trad. it., Agostino di Ippona, Esposizione sui Salmi. Opera omnia, Edizioni Città Nuova, Roma 1990; quella sul testo è tratta da: https://www.augustinus.it/italiano/esposizioni_salmi/esposizione_salmo_178_testo.htm).



Un libro per riscoprire e far scoprire
la realtà della risurrezione


Il cristianesimo sorge o cade su un’unica affermazione: Gesù è risorto dai morti.

Possiamo davvero considerare la risurrezione un evento storico, oppure siamo davanti a un mito religioso nato dal bisogno umano di speranza? Con uno stile scorrevole e ricco di esempi, Timothy Paul Jones affronta le obiezioni più comuni e guida il lettore tra testimonianze antiche, dettagli spesso trascurati e domande decisive: la risurrezione è stata inventata copiando racconti pagani? I discepoli hanno avuto visioni… o hanno incontrato davvero il Risorto? E perché alcuni testimoni avrebbero perseverato fino alla morte?

Questo libro non chiede una fede cieca: invita a considerare le prove, a pesare le alternative e a prendere sul serio la portata di ciò che i primi cristiani annunciarono.

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Il vero Giobbe
Un patriarca nel tunnel dell'oscurità

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