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Le fondamenta cristiane della scienza
Per una teologia del sapere scientifico

A volte, il termine “conoscenza scientifica” viene utilizzato in senso ampio per includere varie discipline. In Germania, per esempio, il termine “Wissenschaft” non si limita alle scienze naturali, ma include anche le scienze sociali e le discipline umanistiche. Quando uso questo termine, però, non mi riferisco alle scienze sociali, come la psicologia, la sociologia, la linguistica, l’economia o le scienze politiche. Questo libro si concentra invece sulle cosiddette “scienze dure”, ovvero le scienze naturali, come la fisica, la chimica e la biologia.

Ma come possiamo sapere cosa rientra nelle scienze naturali e cosa no? I filosofi che si occupano di definire i termini come “scienza” hanno faticato a trovare una risposta precisa. L’agopuntura è inclusa o esclusa? E che dire della psicocinesi o della medicina alternativa? Alcuni dedicano la loro carriera allo studio di oggetti volanti non identificati (UFO) o di fenomeni aerei non identificati (UAP). Si tratta di ricerca legittima o di ciarlataneria? Rispondere a queste domande è sorprendentemente complicato.

Ai fini di questo libro, definiamo gli scienziati naturali come uomini e donne che studiano il mondo naturale in modo empirico, obiettivo e razionale.[1]

 

Il significato della parola “scienza”

Gli scienziati si rapportano alla creazione in modo empirico piuttosto che filosofico e ricercano la conoscenza attraverso la percezione sensoriale. Tuttavia, questa distinzione tra ricerca empirica e filosofica è relativa, non assoluta. Gli scienziati non sono semplicemente empirici nel loro lavoro, ma vi si avvicinano con presupposti teologici e filosofici. Anche gli atei, infatti, interpretano i dati empirici utilizzando modelli concettuali e filosofici di carattere generale.

Benché filosofi e scienziati presentino diverse somiglianze, utilizzano strumenti distinti e pongono l’accento su aspetti differenti della creazione. Gli scienziati si recano in natura per studiarne i meccanismi interni, osservando cellule al microscopio, conducendo studi clinici su un nuovo farmaco per l’enfisema o analizzando campioni di roccia nello Yosemite National Park per ricostruire i processi geologici del passato. Nel corso delle osservazioni, gli scienziati agiscono in modo empirico, raccolgono dati e conducono esperimenti che altri possono replicare.[2]


Una buona scienza mira anche a essere obiettiva. Una teoria scientifica valida deve essere obiettiva nell’analisi dei dati empirici, senza selezionare soltanto quelli favorevoli. Un esempio di fallimento scientifico è rappresentato dai medici del XIX secolo che ritenevano di poter identificare la personalità di un individuo osservando la presenza di sporgenze e avvallamenti sul cranio. Questo approccio, noto come frenologia, fu accolto come il futuro della lotta al crimine, ma fu infine screditato. Il problema stava nell’interpretazione altamente selettiva dei dati da parte degli scienziati: mancava l’obiettività. Si concentravano unicamente sui dati fisici che confermavano la loro teoria, ignorando tutto il resto. Al contrario, una buona scienza cerca di essere il più possibile obiettiva, valutando tutte le prove disponibili.

Infine, non basta qualsiasi interpretazione delle prove fisiche. Le teorie scientifiche devono avere una connessione razionale con i dati. L’astrologia, per esempio, sostiene di poter prevedere gli eventi mondiali studiando la posizione delle stelle e dei pianeti. Nancy, la moglie di Ronald Reagan, consultava regolarmente un’astrologa di San Francisco, Joan Quigley, durante il periodo in cui il marito era alla Casa Bianca. Nancy

 

si affidava ai suoi consigli astrologici al punto da influenzare il calendario dei discorsi presidenziali, delle apparizioni pubbliche, degli incontri diplomatici, dei viaggi in aereo e persino degli argomenti da trattare.[3]

 

Mi chiedo come avrebbero reagito il vicepresidente di Reagan, i membri del governo e lo staff della Casa Bianca se lo avessero saputo. Sarebbero rimasti giustamente scioccati, poiché non esiste alcuna connessione razionale tra la vita di Reagan e il movimento dei corpi celesti. L’astrologia di Quigley era una pseudoscienza.

 

Fondamenti teologici della scienza

Ora che abbiamo una visione più chiara di cosa sia la scienza, possiamo comprendere perché Coyne e i terrapiattisti siano entrambi in errore. Lungi dall’essere in contrasto con la fede, i presupposti cristiani riguardanti la creazione rendono possibile la scienza. In primo luogo, il cristianesimo afferma che animali come i cavallucci marini, i koala e i fenicotteri fanno parte della creazione di Dio e non della Sua natura divina; in altre parole, gli animali e i loro ecosistemi sono entità reali e distinte dalla natura divina.

Questa distinzione, nota come “distinzione Creatore-creatura”, costituisce la base per una scienza affidabile. Storicamente, molte culture hanno creduto che la creazione fosse divina. I panteisti, per esempio, insegnano che la natura è divina e quindi sacra. Ma se si crede che la natura sia divina, è meno probabile che la si indaghi empiricamente, per timore di offendere Dio. Una visione panteistica porterebbe a cercare spiegazioni spirituali, non empiriche, per i fenomeni naturali. In effetti, la scienza è emersa in Europa in larga misura perché i cristiani riconoscevano che la natura non fosse divina.

Inoltre, i cristiani affermano la bontà fondamentale della creazione. Questa convinzione, secondo la quale la creazione è buona, implica che essa abbia un valore intrinseco e meriti di essere studiata empiricamente. Il presupposto teologico secondo cui la creazione è buona è stato fondamentale per lo sviluppo della scienza in Occidente, anche se gli scienziati moderni potrebbero non riconoscerlo. Molti, nella storia, come gli antichi filosofi gnostici greci, avevano una visione molto diversa della creazione: ritenevano che la materia fosse malvagia e che solo la realtà spirituale fosse buona. Nulla di simile alla scienza empirica avrebbe potuto svilupparsi in una cultura gnostica. Il cristianesimo, invece, operava secondo una logica diversa.

Ireneo, il padre della chiesa del II secolo, denunciò lo gnosticismo, sostenendo che, poiché il Figlio di Dio aveva assunto la natura umana, non si doveva mai disprezzare la creazione fisica. Per lui, l’incarnazione dimostra la bontà della materia. Ancora più importante, Ireneo affermò che Gesù non solo si incarnò, ma risuscitò anche corporalmente dai morti. In questo modo, il Figlio di Dio si è legato per sempre alla creazione. Gesù è incarnato anche oggi nella Sua sessione celeste alla destra del Padre, e lo sarà quando lo vedremo faccia a faccia nei nuovi cieli e nella nuova terra. Alla luce di queste verità evangeliche, i primi cristiani erano convinti che la natura fosse profondamente preziosa e degna di essere studiata. La loro convinzione nella bontà della materia ha aperto la strada alla rivoluzione scientifica del XVII secolo.

L’indagine scientifica deve molto anche al presupposto cristiano secondo cui la creazione è conoscibile, razionale e affidabile. Questi fatti riguardanti il nostro mondo trovano la loro spiegazione più coerente in un quadro teistico, in cui la coerenza alla base della creazione riflette la sapienza di Dio. Nelle culture antiche, il cosmo era considerato caotico e mutevole, soggetto all’umore mutevole di dèi irascibili che potevano colpire con fulmini quando erano adirati. La visione cristiana del mondo è completamente diversa: la creazione stessa possiede una razionalità intrinseca che deriva da Dio. Scienziati come René Descartes (Cartesio) e Isaac Newton credevano che le “leggi della natura” descrivessero regolarità originate dalla mente di Dio. Samuel Clarke, uno dei sostenitori di Newton, scrisse che il “corso della natura, propriamente e realmente parlando, non è altro che la volontà di Dio che produce certi effetti in modo continuo, regolare, costante e uniforme”.[4] Se si elimina il Dio della Bibbia dall’equazione, la scienza si riduce a un insieme di leggi senza legislatore.

Ancora peggio, senza Dio sarebbe impossibile spiegare l’esistenza di veri scienziati come Marie Curie, Albert Einstein e Stephen Hawking. La loro capacità di pensare razionalmente, di stabilire connessioni tra le cose e di esaminare gli aspetti del mondo fisico sarebbe un mistero profondo. Da dove hanno tratto queste abilità le menti geniali? La risposta standard è che le nostre capacità cognitive sono il risultato di un lungo processo evolutivo. Ma come potremmo fidarci delle nostre osservazioni scientifiche, se non sappiamo se le nostre facoltà cognitive si sono evolute per scoprire la verità sul mondo? E se si fossero evolute in modo inaffidabile? I cristiani hanno buone ragioni per fidarsi delle osservazioni empiriche. Secondo la nostra prospettiva, la scienza è possibile perché Dio ha creato l’umanità a Sua immagine. Questo fatto fa tutta la differenza del mondo, perché la verità stessa è fondata in Dio: “L’Eterno è il vero Dio” (Geremia 10:10) e la Sua Parola è verità (cfr. Giovanni 17:17). L’inclinazione della mente umana verso la verità riflette la mente di Dio.

Uno degli esempi più sorprendenti di come una dottrina cristiana abbia favorito l’ascesa della scienza moderna è la caduta di Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden. Non sto scherzando. La scienza si è sviluppata in parte anche grazie alla convinzione che il peccato sia entrato nel mondo tramite la disubbidienza di Adamo ed Eva.[5] Riprendiamo la narrazione dai riformatori come Martin Lutero, Giovanni Calvino e Ulrico Zwingli, che affermarono questa dottrina. Essi sostenevano che l’umanità si fosse corrotta quando il peccato entrò nel mondo, perché a causa di “una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini” (cfr. Romani 5:14-19). Quel peccato ha corrotto l’intera razza umana, e ora ciascuno di noi nasce moralmente contaminato. Secondo i riformatori, gli effetti del peccato di Adamo si estendono fino alle nostre facoltà cognitive, rendendole inaffidabili se prese singolarmente.

Questa idea rivoluzionò il mondo. Consideriamo l’influenza che ebbe su Francis Bacon, uno scienziato del XVII secolo. Poiché il peccato aveva corrotto le nostre facoltà mentali, Bacon diffidava delle conclusioni filosofiche derivate da assunti fondamentali anziché dall’osservazione. Egli valorizzava invece le capacità di osservazione, l’indagine, la misurazione e la raccolta dei dati, il metodo empirico, sostenendo che conclusioni affidabili sono possibili soltanto indagando il mondo direttamente, cioè praticando la scienza empirica. Altri scienziati del XVII secolo condividevano l’approccio induttivo di Bacon.[6] In sintesi, è così che credere nella caduta di Adamo ha contribuito all’ascesa della scienza empirica.

Se ci si ferma un attimo a riflettere, non è così strano che i presupposti teologici abbiano svolto un ruolo chiave nel modo in cui facciamo scienza oggi. La scienza moderna è nata da una cultura europea profondamente radicata nella fede cristiana. Molti dei primi scienziati erano pienamente impegnati nella teologia naturale. Credevano che lo studio della natura aiutasse a discernere la sapienza stessa di Dio. Cercavano abitualmente di dimostrare l’esistenza e gli attributi di Dio studiando le Sue creature e il mondo naturale.
Come scrisse il botanico John Ray:[7] “Per un uomo libero non c’è occupazione più degna e dilettevole che contemplare le belle opere della natura e onorare la sapienza e la bontà infinite di Dio”.[8] Scienza e teologia sono cugine della stessa famiglia allargata. La maggior parte degli scienziati del XVI e XVII secolo proveniva da nazioni europee come l’Italia, l’Inghilterra, la Germania e la Francia; molti erano cattolici o discendenti della Riforma protestante. Certamente, il cristianesimo non fu l’unico fattore che contribuì all’ascesa della scienza moderna.[9]

Anche i filosofi greci, come Platone e Aristotele, e i pensatori ebrei e musulmani hanno avuto un ruolo importante. Tuttavia, la scienza che conosciamo oggi non esisterebbe senza l’influenza della fede cristiana.



[1] Del Ratzsch, Science and Its Limits: The Natural Sciences in Christian Perspectives, 2ª ed. (IVP Academic, 2000). Per chiarezza, non intendo implicare che le scienze “sociali” non siano empiriche, obiettive o razionali; piuttosto, che le scienze naturali studiano il mondo naturale, mentre le scienze sociali investigano sulla società umana e sul comportamento sociale.

[2] Non tutti gli scienziati rientrano in questa descrizione, ad esempio la fisica teorica e la fisica matematica spesso affrontano problemi altamente astratti e matematici che non prevedono esperimenti.

[3] Haynes Johnson, Sonnambulismo attraverso la storia: l’America negli anni di Reagan (Norton, 1991), 453-54.

[4] Samuel Clarke, Truth and Certainty of the Christian Revelation, in The Works of Samuel Clarke, 2 vols. (Knapton, 1738), 2:698, citato in Peter Harrison, “Laws of Nature in Seventeenth-Century England: From Cambridge Platonism to Newtonianism”, in The Divine Order, the Human Order, and the Order of Nature: Historical Perspectives, ed. Eric Watkins (Oxford University Press, 2013), 143.

[5] Mi baso su Peter Harrison, The Fall of Man and the Foundations of Science (Cambridge University Press, 2007). Per l’argomentazione secondo cui la credenza cristiana nel volontarismo divino ha favorito la nascita della scienza empirica, cfr. M. B. Foster, “The Christian Doctrine of Creation and the Rise of Modern Natural Science”, Mind 43, n. 172 (1934): 446-68; Edward B. Davis, “Christianity and Early Modern Science: The Foster Thesis Reconsidered”, in Evangelicals in Historical Perspective, ed. David N. Livingstone, D. G. Hart, and Mark A. Noll (Oxford University Press, 1999), 75-95.

[6] I filosofi della scienza oggi direbbero che l’approccio induttivo di Bacon semplifica eccessivamente la pratica reale degli scienziati.

[7] John Ray (1627-1705) è stato un naturalista e teologo inglese, considerato tra i padri della storia naturale britannica. Studiò a Cambridge e si dedicò soprattutto alla botanica, alla zoologia e alla classificazione degli organismi viventi. Nelle sue opere cercò di mostrare l’ordine e la sapienza di Dio nella creazione, in particolare nel volume The Wisdom of God Manifested in the Works of the Creation (1691). La sua ricerca scientifica rimase legata a una visione profondamente teistica della natura. N.d.E.

[8] Charles E. Raven, John Ray, Naturalist: His Life and Works (Cambridge University Press, 1950), 83.

[9] Per una sfumatura storica, cfr. Noah J. Efron, “Myth 9: That Christianity Gave Birth to Modern Science”, in Num­bers, Galileo Goes to Jail, 79-89.


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