Ogni credente rigenerato è stato lavato, santificato e giustificato nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito di Dio.
Perciò è chiamato a vivere in modo coerente con questa nuova condizione spirituale, senza lasciarsi dominare da nulla che possa deturpare la sua testimonianza e la sua comunione con il Signore (cfr. I Corinzi 6:11, 12; 1:30).
La santificazione non è un elemento facoltativo della vita cristiana. È scritto: “Cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore” (Ebrei 12:14). Questo processo richiede impegno, dunque, diligenza spirituale, non leggerezza o superficialità (cfr. II Pietro 1:4-8). Ma procediamo con ordine.
Il significato del termine
Nella Scrittura è santo ciò che Dio separa dall’uso comune e consacra a Sé. La santità non deriva da una sorta di professione religiosa, ma dall’iniziativa di Dio, dalla Sua chiamata e dall’appartenere a Lui.
Nell’Antico Testamento i riferimenti alla santità e alla consacrazione sono numerosissimi e riguardano persone rese pure e “messe da parte” per il servizio divino (cfr. Esodo 29:1, 9), ma anche l’intera nazione d’Israele, distinta dagli altri popoli perché appartenente e consacrata a Dio (cfr. Esodo 19:6; Levitico 20:7, 26).
Il senso della dottrina
Spesso l’insegnamento sulla santificazione viene associato soltanto all’austerità, alla rinuncia e a “quello che non posso più fare”, anziché alle benedizioni e alla gioia di una vita consacrata al Signore. In questo modo la santificazione viene scambiata per legalismo, invece di essere riconosciuta come il frutto di un’autentica conversione; perciò finisce per spaventare (cfr. Colossesi 3:12, nel cap. 3 è un processo di “togliere” e “mettere”).
Ma vediamo che cos’è la “santificazione” secondo la Parola di Dio:
1. È un’opera iniziale. Mediante la fede in Gesù Cristo, ricevuto come proprio personale Salvatore e Signore, siamo stati “santificati”, cioè separati dal peccato e consacrati a Dio: questa è la nostra posizione in Cristo e non ha nulla a che vedere con l’idea popolare dei “santi con l’aureola” (cfr. I Corinzi 1:2; 6:11; Efesini 1:4). È una condizione conferita al credente in virtù dell’opera di Cristo (cfr. Ebrei 10:10, 14), compiuta in favore di quanti sono stati rigenerati e Gli appartengono.
2. È un’opera progressiva.Coloro che sono stati santificati in Cristo sono chiamati a crescere nella santità pratica, conformando sempre più la propria condotta alla volontà di Dio. Questo è l’aspetto dinamico della vita cristiana, nel quale il credente progredisce in tale condizione mediante l’opera dello Spirito Santo e l’ubbidienza alla Parola (cfr. I Pietro 1:15, 16; II Corinzi 7:1; Romani 6:22; vd. anche Efesini 4:1).
3. È un’opera conclusiva.La santificazione sarà portata a compimento quando il credente sarà pienamente reso conforme a Cristo, libero dalla presenza stessa del peccato e introdotto nella gloria eterna. Questa perfezione finale non è il risultato del solo impegno a crescere nella santificazione in Cristo, ma dell’opera fedele di Dio nei Suoi figli (cfr. I Giovanni 3:1-3; Filippesi 3:20, 21; I Tessalonicesi 5:23; Giuda 24, 25).
Il versetto del nostro studio è, nello specifico, un “appello alla santità” (cfr. II Timoteo 1:9), che risuona nel contesto di una società pornificata e di una cultura materialista che incoraggia il lassismo, la mondanità e il conformismo ai modelli del mondo, e propinati diffusamente dalla TV e dai social, anziché a quelli presentati dalla Parola di Dio (cfr. I Giovanni 5:19; Romani 12:1, 2). Perciò, rispetto alla testimonianza di ognuno di noi (cfr. Matteo 5:14-16), santificazione significa:
· distinguersi per ciò che si è, essere popolo appartenente a Dio (Levitico 20:26; I Corinzi 1:2; I Pietro 2:9);
· testimoniare mediante la propria condotta [fare] - (Genesi 6:9; Filippesi 2:15, 16; I Pietro 2:11, 12);
· rinunciare ai comportamenti peccaminosi per rivestirsi di quelli conformi alla nuova vita in Cristo (Tito 2:11-15; cfr. Matteo 16:24; Romani 6:4-6; 8:13; Galati 5:24; Efesini 4:22-25; Colossesi 3:5-9; I Pietro 4:2-5; I Giovanni 2:15-17).
Tutto questo non significa assumere l’atteggiamento di un ipocrita legalismo o di un formalismo soltanto esteriore, simile a quello denunciato da Dio nei religiosi che Lo onoravano con le labbra mentre il loro cuore era lontano da Lui (cfr. Isaia 29:13; Matteo 23:25-28). Né possiamo ricercare la santità confidando nella carne e abbandonando il principio della grazia (cfr. Galati 3:3; 5:4; Ebrei 13:9).
Il nostro testo dichiara che Dio non ci ha chiamati per vivere nell’impurità, ma nella santificazione (cfr. I Tessalonicesi 4:3, 7). La santità è una qualità propria del carattere di Dio (cfr. Levitico 11:44; 19:2); poiché Gli apparteniamo, siamo chiamati a essere santi in tutta la nostra condotta (cfr. I Pietro 1:14-16), seguendo l’esempio lasciatoci da Cristo (cfr. I Pietro 2:21, 22; Matteo 5:48; Romani 8:1-4).
Le implicazioni etiche
La dottrina biblica della santificazione richiama il concetto veterotestamentario della separazione da ciò che è profano per appartenere al Signore. Nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo mette particolarmente in risalto le implicazioni morali di questa consacrazione, contrapponendo la santità all’impurità e alla schiavitù del peccato (cfr. Romani 6:19-22; I Tessalonicesi 3:13; 4:3-5, 7).
La santità personale comprende, dunque, purezza morale, giustizia e disciplina spirituale (cfr. Efesini 4:24; Ebrei 12:10), affinché siamo sempre più conformi all’immagine del Figlio di Dio (cfr. Romani 8:29) e viviamo in Cristo e per Cristo (cfr. Galati 2:20; 5:6; Filippesi 2:5; Colossesi 3:1-4; I Tessalonicesi 5:10).
Quest’opera di santificazione richiede il nostro impegno costante, ma presuppone anche l’azione, la guida e la potenza dello Spirito Santo e la grazia del Signore. Senza l’opera di Dio in noi non potremmo compiere ciò che Egli richiede (cfr. Romani 8:13; Galati 5:16, 22-25; Filippesi 1:6; 2:13; I Corinzi 15:10).
Consideriamo ora gli strumenti di cui Dio si serve per promuovere la nostra santificazione. Come in ogni opera che Egli compie in noi, il Signore mette a nostra disposizione i mezzi necessari, che sono fondamentalmente tre:
1. La Parola di Dio (cfr. Salmo 119:9, 11; 19:7-11). La Bibbia preserva, illumina, riprende e corregge il credente, insegnandogli a riconoscere il peccato e a camminare nella giustizia (cfr. II Timoteo 3:14-17). In altri termini, lo santifica (cfr. Giovanni 17:17).
2. La preghiera (cfr. I Tessalonicesi 5:23, 24; Efesini 6:18). La santificazione è opera di Dio, ma deve essere ricercata anche mediante una vita di preghiera. Mediante la preghiera riconosciamo la nostra dipendenza dal Signore, invochiamo il Suo aiuto per crescere nella fede e Gli chiediamo di purificare il nostro cuore e guidare i nostri passi. Ne sono esempio le preghiere dei Salmi 19:12, 13; 51:10 e 119:36, 37.
3. La comunione fraterna. La santificazione implica separazione dal peccato, non isolamento dagli altri credenti. È triste vedere cristiani che frequentano soltanto sporadicamente la comunità e rimangono così più esposti agli attacchi del mondo. Non siamo chiamati a essere “lupi solitari”, ma parte del gregge di Dio, nel quale ci incoraggiamo e ci edifichiamo reciprocamente nel Signore (cfr. Salmo 133; Ebrei 10:23-25; Efesini 4:11-16). L’esempio della chiesa descritta in Atti 2:42 è particolarmente significativo.
Le benedizioni
La santificazione non consiste in una mortificazione fine a sé stessa né in penitenze meritorie, ma conduce alla libertà dal dominio del peccato e alla gioia della comunione con Dio. Essa rende la nostra vita quotidiana utile, ordinata e gradita al Signore, influenzando positivamente:
a. Le nostre relazioni familiari (Efesini 5:22–6:4; Colossesi 3:18-21). La famiglia è uno dei primi ambiti nei quali deve manifestarsi la santità: i rapporti tra marito e moglie, genitori e figli devono essere contrassegnati dall’amore, dalla purezza e dalla fedeltà.
b. Le nostre relazioni sociali (Tito 2:6-14; 3:1, 2; Colossesi 3:22–4:1). Un credente che vive in santità dovrebbe essere un lavoratore diligente, un datore di lavoro giusto, un amico fedele e un cittadino irreprensibile, affinché la sua condotta renda testimonianza al Signore (cfr. I Pietro 2:11-25).
Passi paralleli da meditare: II Corinzi 6:14-18; II Pietro 3:10-13; Efesini 5:1-14; Colossesi 3:1-11; I Corinzi 10:23-33.
Esempio. Sul problema della “contaminazione” (cfr. II Corinzi 7:1), la storia della medicina offre un’illustrazione significativa. Nel 1847 il medico ungherese Ignaz Semmelweis, operando nell’Ospedale generale di Vienna, comprese che molti casi di febbre puerperale erano collegati alla contaminazione trasmessa dai medici che passavano dalle autopsie alla visita delle partorienti. Impose perciò il lavaggio delle mani con una soluzione di calce clorata, ottenendo una drastica diminuzione della mortalità. Nonostante i risultati, incontrò una forte opposizione, fu allontanato dall’ospedale e continuò in seguito la sua attività al San Rocco di Pest (la parte orientale di Budapest). Le sue intuizioni trovarono piena conferma soltanto nei decenni successivi, con l’affermazione della teoria microbica delle malattie grazie soprattutto agli studi di Louis Pasteur e Robert Koch.
Ciò che non si vede può ugualmente contaminare e distruggere. Anche nella vita spirituale alcuni richiami alla prudenza e alla separazione dal peccato possono sembrare esagerati o contrari al pensiero dominante; tuttavia l’ubbidienza alla Parola di Dio protegge la vita e la comunione con il Signore.
“Perché se siamo fuori di senno è per Dio, e se siamo di buon senno è per voi” (II Corinzi 5:13).
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