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Un Dio che parla in un mondo che soffre
Perché la sofferenza umana non viene ignorata da Dio

La società occidentale conserva ancora un residuo di cristianesimo autentico. Perciò, quando gli scettici accusano Dio di rimanere in silenzio di fronte al male, di solito conservano ancora alcune convinzioni cristiane riguardo al bene e al male. Vogliono entrambe le cose: giudicare Dio e, allo stesso tempo, usare un criterio di giudizio sul bene e sul male che hanno imparato da Lui. Poiché sappiamo che Egli è un Dio che parla, ci sembra giusto aspettarci una risposta.

 

Anni fa, un amico mi ha raccontato di un uomo che aveva abbandonato la fede e la cui esperienza era simile a quella di Giobbe. Aveva perso i figli. Aveva perso il matrimonio. Non riusciva più a sopportare la sofferenza. Di tutto questo dava la colpa a Dio e non voleva più avere a che fare con il Signore e con la sua chiesa.

 

Domande

Forse hai assistito qualcuno in una situazione simile. O forse anche tu sei stato in questa fossa di disperazione. Oggi, circondati come siamo dal secolarismo, è facile escludere la voce di Dio come un’eco lontana del passato ignorante dell’umanità. Credo che molti scettici, come l’Ivan Karamazov di Dostoevskij, si aspettino la pace quando smetteranno di accanirsi contro un Dio che non c’è, che rimane in silenzio.

 

C’è una qualche consolazione, suppongo, nel pensare che Dio non stia semplicemente trattenendo il Suo aiuto mentre siamo nella miseria. Possiamo sopportare quasi tutto, tranne l’idea che Dio esista, ma che non stia facendo nulla per aiutarci.

 

Pensando a quell’uomo che aveva abbandonato il Signore e la sua chiesa, mi chiedo: che cosa ne ha guadagnato? La sua sofferenza è finita? Ha trovato conforto nel sapere che la sua sofferenza non aveva uno scopo e che nessuno poteva aiutarlo?

 

Immagina che un bambino scopra che sua madre non è nelle vicinanze. Forse smetterebbe di piangere? Sapere che se n’è andata e non tornerà mai lo aiuterebbe?

Finché la madre è in casa, può sentirlo piangere e consolarlo. Oppure sa qualcosa che il bambino non sa, per esempio che suo figlio deve imparare a calmarsi da solo per addormentarsi, ed è per questo che non si affretta ad aiutarlo.

 

Alternative vuote

Alle persone che pensano che i loro problemi derivino dalla fede in Dio, dobbiamo ricordare gentilmente le alternative. Quando mettiamo a tacere Dio, perdiamo qualunque proposito Egli avrebbe potuto avere. Perdiamo la possibilità che possa essere fatta giustizia, se non in questa vita, almeno nell’eternità da un Dio che giudica. Perdiamo la speranza che un giorno il male cesserà e la bontà alla fine prevarrà. E cosa otteniamo? La magra consolazione che nessuno verrà in nostro aiuto, che nessuno sentirà mai il nostro pianto.

 

Da bambino, l’atteggiamento predominante che assorbivo dai mezzi di comunicazione era: “Perché non possiamo semplicemente lasciare che le persone facciano quello che vogliono? A patto, naturalmente, che non siano malvagie come Hitler”. Oggi questo atteggiamento sembra ingenuo. La coscienza occidentale si è risvegliata davanti ad alcuni orrori, ma deve vigilare per non diventare selettiva. Il male non ha un solo volto e non abita in un solo luogo.

 

Si manifesta nell’invasione di un Paese sovrano, nel sequestro dei bambini, negli attacchi terroristici contro i civili, nella repressione brutale dei giovani, ma anche nei bombardamenti che travolgono famiglie innocenti, nelle città ridotte in macerie e nelle decisioni militari che trattano la vita umana come un danno collaterale.

 

Per questo non basta chiedere giustizia soltanto quando le vittime ci sono vicine o quando i colpevoli appartengono al campo che abbiamo già imparato a condannare. Se Dio è giusto, Egli vede ogni lacrima e ascolta ogni grido: quello dei bambini ucraini deportati, delle famiglie israeliane massacrate o prese in ostaggio, dei civili palestinesi sepolti sotto le macerie, dei giovani iraniani soffocati dalla repressione e di tutti gli innocenti travolti dalla violenza dei potenti.

 

Un Dio che parla

Mentre osservavo alcune manifestazioni di sostegno agli oppressi, mi sono reso conto che Dio non è rimasto in silenzio di fronte alle nostre suppliche. La testimonianza di sopravvissuti alla Shoah come Elie Wiesel ci impedisce di restare indifferenti davanti al male, chiunque lo compia e chiunque ne sia vittima. Ancora una volta, potremmo chiedere: “Dov’è Dio? Come può rimanere in silenzio e permettere che questo male si ripeta?”. Ma forse quella domanda deve condurci non soltanto a interrogare Dio, ma anche a lasciarci interrogare da Lui: dov’è l’uomo quando l’innocente soffre? Dov’è la nostra coscienza quando il dolore non appartiene al nostro popolo, alla nostra parte, alla nostra bandiera?

 

Io credo invece che Dio stia parlando, e anche ad alta voce. Non è affatto muto. Sentiamo la Sua voce nell’angoscia di Elie Wiesel. Leggiamo le Sue parole nelle rimostranze di Ivan Karamazov. Anche le voci che incolpano Dio sono una testimonianza della Sua presenza. Il nostro stesso senso di giustizia ci dice che Dio ascolta il grido di ogni bambino. Nazisti e sovietici possono cercare di sopprimere la giustizia addossando la colpa ai loro nemici. Eppure, la nostra coscienza grida ancora.

 

L’aspettativa di ricevere una risposta da Dio, la speranza di una spiegazione, è proprio ciò che ci ricorda che Dio è all’opera. Hitler è morto, ma noi leggiamo ancora Wiesel. L’Unione Sovietica è caduta, ma noi continuiamo a imparare da Dostoevskij e Solženicyn.

 

Dio parla anche attraverso di noi. Siamo le uniche creature nobilitate dalla Sua immagine. Fin dall’inizio, Egli ha parlato a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo o a entrare in dialogo con Lui. Ma, come vedremo in seguito:

 

“Dio, dopo aver molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi, il quale, essendo lo splendore della sua gloria e l'impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi” (Ebrei 1:1-3).

 

Prima dell’alba della creazione c’era soltanto silenzio. Poi Dio parlò nelle tenebre e la luce fu (Genesi 1:1-3). E quando Dio ebbe finito di creare il giorno e la notte, le aquile, i delfini e le gazzelle, creò il Suo più grande capolavoro. Il sesto giorno della creazione, Dio creò l’uomo e la donna. Non creò altro a Sua immagine (Genesi 1:26), null’altro a Sua somiglianza. Soltanto l’uomo e la donna. Che cosa significa? Significa che i delfini non invocano Dio nel silenzio. Significa che le aquile non si chiedono: “Dov’è Dio?”. Significa che le gazzelle non si chiedono se dovrebbero perdonare. Ogni uomo, donna e bambino, a prescindere dal fatto che creda in Gesù o Lo riconosca come Creatore, è stato creato a Sua immagine.

 

Chiediamo giustizia perché siamo stati creati a immagine di un Dio giusto. Imploriamo misericordia perché siamo stati fatti a immagine di un Dio misericordioso. Chiediamo: “Dov’è Dio?” quando i neonati bruciano tra le fiamme, quando i bambini entrano da soli nelle camere a gas. Siamo le uniche creature che discutono con Dio come nostro Padre. Come adolescenti esasperati, urliamo: “Non è giusto!”.

 

Sappiamo che qualcosa non va, perché la giustizia non trionfa sempre. Sappiamo che questo mondo non è come Dio lo ha creato. Il problema è che l’uomo e la donna hanno rifiutato Dio. Noi, l’umanità, siamo andati per la nostra strada. Potremmo essere stati creati a immagine di Dio, ma rinneghiamo la Sua paternità. Eva ha dato ascolto alle menzogne del serpente, anziché alle promesse del suo Creatore. E Adamo ha dato ascolto a Eva piuttosto che a Dio (Genesi 3:17).

 

Un’umanità sorda

 In seguito a questa catastrofe, non è stato Dio a rimanere in silenzio. Adamo ed Eva avevano sentito Dio camminare nel giardino, ma si erano nascosti dalla Sua presenza (Genesi 3:8). È stato Dio a parlare. In Genesi 3:9, pone ad Adamo una semplice domanda: “Dove sei?”.

 

Da allora, siamo noi a rivolgergli la stessa domanda. Ora, nel nostro esilio a oriente di Eden, il male sembra trionfare. La storia umana è in tonalità minore. Il lutto è entrato a far parte della storia quasi subito, quando il figlio giusto di Adamo ed Eva è stato ucciso dal fratello invidioso. Lì, nel giardino, sono stati piantati i semi dei gulag sovietici. Le menzogne del serpente hanno preannunciato la Shoah.

 

Gli esseri umani sono rimasti sordi alla voce di Dio e si sono abbandonati alla violenza reciproca.

 

La notte di Giobbe

Dall’Eden, la Bibbia ebraica procede attraverso i secoli, attraversata dalle domande. Qualcuno riesce ancora a sentire Dio e a dargli realmente ascolto? Chi può dire dove trovarlo in mezzo a tutto questo dolore e a questa sofferenza?

E poi incontriamo Giobbe. Il libro che porta il suo nome è considerato da tempo uno dei testi più importanti per comprendere la risposta di Dio alla sofferenza degli innocenti. Giobbe era “integro e retto; temeva Iddio e fuggiva il male” (Giobbe 1:1). Non possiamo incolparlo per le calamità che si abbattono su di lui e sulla sua famiglia. Giungono con il permesso di Dio. Nonostante abbia perso quasi tutto, tranne la vita, Giobbe non smette di adorare Dio. “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; l’Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell’Eterno” (Giobbe 1:21).

Privato di ogni cosa, siede miseramente sulle ceneri del fuoco che ha distrutto i suoi servi e le sue pecore, ovvero le sue ricchezze terrene. Si gratta le piaghe dolorose che lo affliggono con un coccio rotto di vasellame nella casa che è crollata addosso ai suoi figli (Giobbe 1:18, 19; 2:7). Sua moglie, distrutta dal dolore, lo interroga e gli rivolge una richiesta: “Ancora stai saldo nella tua integrità? Ma lascia stare Iddio, e muori!” (Giobbe 2:8, 9).

Giobbe, però, non è come Adamo. Non cede a questa tentazione. Anzi, rimprovera la moglie: “Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?” (Giobbe 2:10).

Rifiuta di peccare con le parole, davanti a Dio o davanti a chiunque altro. A un certo punto, si presentano i suoi amici, che non hanno niente da dire. Cosa potrebbe mai portare conforto a Giobbe? Possono soltanto piangere ad alta voce per un amico che a malapena riconoscono (Giobbe 2:12). Per sette giorni e sette notti non gli rivolgono la parola, per rispetto della sua sofferenza.

Alla fine, Giobbe parla. Esplode in una maledizione.

Come si lamenta della propria sorte? Come descrive la propria miseria?

Come la notte. È la stessa notte fredda, buia e minacciosa dei campi di concentramento descritti da Wiesel. Giobbe maledice il giorno della propria nascita, paragonando sé stesso a un bambino innocente gettato in un mondo crudele.

 

“Scompaia il giorno che io nacqui e la notte in cui si disse: ‘È stato concepito un maschio!’. Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall’alto, né splenda su di esso un raggio di luce! Se lo riprendano le tenebre e l’ombra di morte, resti su di esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura! Quella notte diventi preda di un buio cupo, non abbia la gioia di essere contata tra i giorni dell’anno, non entri nel novero dei mesi! Quella notte sia notte sterile e non vi si oda grido di gioia. La maledicano quelli che maledicono i giorni e sono esperti nell’evocare il drago. Si oscurino le stelle del suo crepuscolo, aspetti la luce e la luce non venga, e non contempli le palpebre dell’alba, poiché non chiuse la porta del grembo che mi portava, e non nascose l’affanno ai miei occhi” (Giobbe 3:3-10).

 

Ora gli amici non possono più rimanere in silenzio. Giobbe deve essere colpevole in qualche modo, considerando quanto ha sofferto (Giobbe 4:7). Anche questo è un pericolo quando confortiamo chi soffre e affrontiamo chi ci accusa. Ci piace pensare che non soffriremo quanto gli altri perché evitiamo il male. Se Giobbe può essere biasimato, l’equazione della giustizia torna. Gli amici accusano Giobbe: ha incoraggiato gli altri ad affrontare la sofferenza, ma adesso che è lui a soffrire, è in difficoltà (Giobbe 4:4, 5). A turno, gli amici continuano a discutere e noi li seguiamo fino al capitolo 38.

A quel punto, Dio parla, e lo fa da una tromba d’aria, nel caso in cui dimenticassimo che ora è Lui a parlare. Il Dio che ha permesso questa sofferenza lancia una sfida al Suo giusto servitore.

 

“Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno? Cingiti i fianchi come un prode; io ti farò delle domande e tu insegnami! Dov’eri tu quando io fondavo la terra? Dillo, se hai tanta intelligenza. Chi ne fissò le dimensioni? se lo sai! O chi tirò su di essa la corda da misurare? Su che cosa furono poggiate le sue fondamenta, o chi ne pose la pietra angolare quando le stelle del mattino cantavano tutte assieme e tutti i figli di Dio alzavano grida di gioia?” (Giobbe 38:2-7).

 

Nel mondo creato da Dio, persino le stelle possono cantare. Sono state create per riflettere la maestà di Dio con l’adorazione. “Il censore dell’Onnipotente vuole ancora contendere con lui?”, chiede Dio a Giobbe: “Colui che censura Dio ha forse una risposta a tutto questo?” (Giobbe 40:2). Siamo indotti a provare compassione per Giobbe, che si ritrae tremando di fronte a questo torrente di parole. Rispetto a lui, noi siamo molto meno santi, molto meno noti per la nostra rettitudine. Eppure, anche noi abbiamo brontolato contro Dio. Giobbe cerca di placare il turbine della tempesta. Promette di tacere.

 

“Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola; due volte, ma non lo farò più” (Giobbe 40:4, 5).

 

Offre di placare Dio con il proprio silenzio. Dio, però, continua a rimproverarlo finché, con misericordia, Giobbe si ravvede nella polvere e nella cenere (Giobbe 42:6). Prima di quel momento, aveva sentito soltanto la voce di Dio. Ora, dopo la vivida descrizione divina di una grande creatura marina, Giobbe può finalmente vedere il Creatore nel Suo legittimo splendore. Giobbe dice:

 

“Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l'occhio mio ti ha visto” (Giobbe 42:5).

 

Questo scambio potrebbe sorprenderci. Dio non chiede il silenzio. Quando soffriamo e non comprendiamo, non ci chiede di fingere che vada tutto bene. Non si oppone ai nostri gemiti, alle nostre richieste d’aiuto, ai nostri lamenti disperati quando non riusciamo nemmeno a trovare le parole. Non ci chiede di ricomporci prima di poter elevare una preghiera formale: non ne ha bisogno. Piuttosto, ci invita a interrogarlo.

 

Dio non si sente minacciato dalle nostre domande. Allora, nemmeno noi dovremmo dire a chi sta soffrendo di soffocare le proprie lamentele.

 

Tuttavia, chi soffre deve portare le proprie accuse direttamente a Dio, e poi ascoltare.



Dov’è Dio in un mondo che soffre?

Dov'è Dio quando il male sembra trionfare? Perché il Signore permette tanta sofferenza? Possiamo fidarci di Lui quando sembra tacere?

Sono domande che attraversano la storia e toccano il cuore di ogni uomo. Davanti all'Olocausto, alle guerre, alle ingiustizie, al dolore degli innocenti e alle ferite personali più profonde, la fede cristiana è chiamata a rispondere senza superficialità e senza fredde formule religiose. 

Attraverso il confronto con Elie Wiesel, Dostoevskij, Grossman, Solženicyn, Giobbe, Abacuc, i Salmi e soprattutto la croce di Cristo, l'autore mostra che Dio non è assente né indifferente.

La Scrittura non nega il dolore, ma invita a portarlo davanti al Signore.

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