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Verso le montagne delle tenebre
La chiamata di Victor Plymire

A volte i racconti dei missionari vengono messi in dubbio.

Per questo è significativo richiamare la testimonianza di un uomo che non era un missionario.

Harrison Forman, esploratore, autore e corrispondente estero per testate di prestigio internazionale The New York Times, Times of London, Life, Look e Harper’s, raccontò di essersi introdotto sotto mentite spoglie in una foresta sacra del Tibet per assistere a un rito collegato alla religione Bön.

L’atmosfera che descrive è cupa, carica di tensione e dominata dal timore di potenze spirituali maligne. 


Danza religiosa eseguita da sacerdoti mascherati a Kum Bum

Montagne dove regnano le tenebre

Forman afferma di essere entrato in quel contesto come osservatore scettico, deciso a spiegare tutto in termini razionali, suggestione o ipnosi. Eppure, man mano che la cerimonia procedeva, sentì crescere dentro di sé un coinvolgimento sempre più forte. Quello che all’inizio voleva analizzare con distacco cominciò a imporsi alla sua mente come qualcosa di terribilmente reale.

Nel suo resoconto, egli racconta di aver avuto la percezione di assistere alla manifestazione di figure demoniache legate alle passioni e alle miserie dell’umanità, in una scena che lo lasciò sconvolto.

Alla fine del rito, Forman non offre una spiegazione definitiva di ciò che vide o credette di vedere. Confessa però di essere rimasto profondamente scosso e di non essere più in grado di liquidare quell’esperienza con leggerezza.

Il valore della sua testimonianza, al di là degli elementi più impressionanti del racconto, sta proprio qui: mostra quanto reale fosse, in quel mondo, il senso della presenza delle potenze delle tenebre.

Ed è proprio in questo contesto di fitte tenebre spirituali che Dio chiamò un uomo a scalare le montagne oscure del Tibet per portare l’evangelo là dove altri non erano arrivati. Il suo nome era Victor Guy Plymire.

LE FOTO DI VICTOR PLYMIRE

Questo articolo è accompagnato da alcune foto che Victor Plymire (a destra) fece in Tibet.

Ogni tappa lungo del suo viaggio — città, monasteri, templi e avamposti remoti — rappresentava un'occasione sia per predicare il Vangelo cristiano sia per documentare la cultura locale. Fotografo amatoriale di grande talento, Plymire rivela nelle sue fotografie non solo il suo eccezionale occhio per i dettagli, ma anche il suo profondo fascino per il popolo e il paesaggio tibetani. Le sue foto catturano il trambusto e la vivacità delle città, dei templi e delle feste tibetane, insieme a immagini mozzafiato di catene montuose solitarie e pianure sconfinate.

Per molti degli amici e dei sostenitori di Plymire negli Stati Uniti, le immagini e le descrizioni contenute nei suoi album fotografici hanno aperto una finestra su un mondo di cui sapevano ben poco e hanno permesso a Plymire di descrivere le sfide dell’evangelizzazione cristiana, ben lontane dalle luci e dalla grande organizzazione delle "crociate" di risveglio che caratterizzavano gli Stati Uniti degli anni Venti.

Nelle aspre contrade del Tibet, Victor Plymire ha dovuto affrontare gli ostacoli della lingua, della cultura e del clima avverso.


Un bambino guarito

Amos e Laura Plymire erano degli umili cristiani che vivevano a Loganville, in Pennsylvania. La nascita del piccolo Victor Guy, avvenuta in casa il 10 gennaio 1881, fu fonte di una grande gioia per entrambi. Tuttavia, non molto tempo dopo, la felicità si trasformò in tristezza. Il bambino si ammalò gra-vemente e, nel giro di poche ore, fu sul punto di morire. Un dottore gentile andò a visitarlo, fece tutto ciò che poté, ma poi emise il suo verdetto: non c’era alcuna possibilità che Victor sopravvivesse.

La terribile notizia fu un duro colpo. Cosa avrebbero dovuto fare quei poveri genitori affranti? Sostenuta da una grande fede in Dio, Laura si rifiutò di arrendersi. Senza dire una parola, prese il corpicino emaciato tra le braccia, lo portò nella sua camera da letto e chiuse la porta. Stese il piccolo sul letto davanti all’Eterno e rimase in ginocchio a pregare con fede. In quell’ora, la giovane madre fece un patto con Dio. Con tacita fede, consacrò a Dio suo figlio per tutto il tempo che gli fosse rimasto da vivere. Il bambino si riprese, si rafforzò e crebbe normalmente. Era evidente che il Grande Medico aveva un piano ben preciso per lui.

Laura Plymire non dimenticò mai di aver consacrato suo figlio a Dio. Pregava incessantemente per lui, impegnandosi a esercitare quell’influenza che avrebbe modellato la sua vita per il miglior uso di Dio.

Nonostante gli anni incerti, in cui sembrava che i suoi sforzi fossero stati vani, alla fine, fu ricompensata.

La conversione e la chiamata di Victor

Una sera, Victor, ormai un vigoroso giovanotto, stava camminando per strada quando sentì della musica gospel. Seguì quel suono fino a imbattersi in un gruppo di cristiani che tenevano un culto per strada. Catturato dallo Spirito di Dio, ascoltò attentamente tutte le testimonianze e, al termine dell’incontro, seguì il gruppo in un piccolo salone dove, poco dopo, iniziò un altro incontro. Da quel giorno, il giovane iniziò a frequentare assiduamente gli incontri e, a ogni incontro, la sua anima veniva sempre più convinta del suo peccato.

E poi accadde! “Non dimenticherò mai quella notte”, testimoniò. “C’era anche mia madre. Stava pregando per me. Pochi istanti dopo, ero al sicuro nella casa del Padre”. 

Poco dopo la conversione, il giovane Plymire trovò impiego presso un’impresa di costruzioni elettriche. Grazie a rapidi avanzamenti di carriera, ben presto ricevette la paga più alta. Sebbene un roseo futuro nel mondo degli affari sembrasse assicurato, Dio aveva altri piani per lui. Il combattimento spirituale ricominciò quando lo Spirito gli indicò che voleva per lui il servizio cristiano a tempo pieno.

Quando Victor rispose alla chiamata di Dio, vendette la sua attrezzatura senza esitare e si unì a un gruppo noto come Gospel Herald Society, dedicandosi al ministerio cristiano. Con l’eco del “Dio ti benedica, figliolo. Sii fedele” della madre ancora nelle orecchie, intraprese il percorso che alla fine lo avrebbe condotto nel territorio del Tibet. 

L’opera missionaria domestica si rivelò piena di delusioni. La chiamata di Plymire fu messa alla prova in tutto. In una città, si affaticò per sei mesi prima di ottenere un certo grado di successo. Nel frattempo, spesso non aveva nulla da mangiare. In un’altra città, incontrò un tipo diverso di opposizione. Lo minacciarono e gli intimarono di andarsene. Egli, però, rifiutò di lasciare la città finché non fosse riuscito a fondare una chiesa prospera. 

Victor conosceva ben poco del Tibet, uno strano e remoto paese, eppure cominciò a sentire un peso per quel luogo e per il suo popolo. Sentiva fortemente l’impulso di fare richiesta per il servizio missionario in quella nazione. 



Una splendida immagine del Palazzo del Potala, residenza del Dalai Lama, risalente al VII secolo.
La carovana di Plymire deve aver attraversato questo luogo durante la spedizione del 1927-1928.


Una mattina, piuttosto inaspettatamente, ricevette un telegramma che lo invitava a presentarsi davanti al consiglio missionario per un colloquio. Fu accettato! Sarebbe stato mandato nel nord-ovest della Cina, vicino al confine tibetano. La sua indennità mensile sarebbe stata la grandiosa somma di venticinque dollari! Nonostante fosse solo, ciò che lo rendeva felice era il pensiero di conoscere e fare la volontà di Dio.

Il 4 febbraio 1908 Victor Plymire salpò da Seattle, nello Stato di Washington. Si stava dirigendo verso le montagne del Tibet!

Un viaggio turbolento

Una volta arrivato sano e salvo a Shanghai, Victor acquistò un passaggio su un piccolo piroscafo fluviale che risaliva il Fiume Azzurro (Yangtze) fino alla città di Hankow, nella Cina centrale. Fino a quel punto il viaggio non era stato eccessivamente difficile, ma da Hankow in poi il giovane missionario avrebbe imparato qualcosa sui rigori della vita missionaria pionieristica. 

Grazie a Dio, incontrò un altro missionario che voleva intraprendere lo stesso viaggio verso l’interno del Paese, così si imbarcò con lui su un battello rudimentale fatto di tavole grezze. Trovarono alloggio in una delle tre cabine con il tetto di paglia, sistemate sullo stretto ponte. 

Il viaggio fu lungo e noioso. L’equipaggio, che camminava a piedi lungo la riva frastagliata del fiume, tirava la piccola imbarcazione con delle corde, avanzando controcorrente a una velocità di otto chilometri al giorno! Ogni notte, quando i passeggeri esausti si sdraiavano per dormire, orde di scarafaggi famelici uscivano dalle crepe tra le travi e tormentavano le loro malcapitate vittime. A peggiorare il disagio, si aggiungeva anche una colonia di ratti. Il rozzo barcone scricchiolava e tremava monotono contro la corrente fangosa del fiume Han. 

Per tre mesi l’imbarcazione aveva faticato a contrastare la furia del fiume. Quando il tragitto li condusse in zone più montuose, il fiume si trasformò in un torrente impetuoso. I progressi divennero ancora più lenti, mentre l’equipaggio, ormai esausto, continuava a lottare contro la violenza crescente delle acque. 

Un giorno, incontrarono delle rapide e la barca fu scagliata contro una roccia frastagliata che squarciò la chiglia. Missionari ed equipaggio, lavorarono disperatamente per far arenare l’imbarcazione prima che affondasse. Alla fine ci riuscirono, ma per i missionari fu una magra consolazione, perché tutti i loro beni erano completamente fradici e alcuni talmente rovinati da essere inutilizzabili.

Il resto del viaggio andò piuttosto bene. Con sincero sollievo, Plymire e il suo amico raggiunsero la città di Han Chung.

Il tragitto via fiume era finito, ma Victor avrebbe dovuto percorrere ancora quasi cinquecento chilometri per raggiungere la propria destinazione. Perciò, senza perdere tempo si procurò un mulo da soma e una guida per il viaggio via terra attraverso i monti. Disse addio al suo amico e riprese il viaggio da solo. 

Lungo la strada, a intervalli regolari, apparivano antiche locande con i tetti di paglia e le mura di fango. Le imponenti montagne conferivano un’atmosfera inquietante all’ambiente circostante sconosciuto. Man mano che salivano, l’aria diventava sempre più rarefatta. Ovunque, una quiete singolare. Un opprimente senso di solitudine si insinuò nel missionario, che però continuò ad avanzare senza sapere verso cosa. Alla fine della prima giornata, la polverosa carovana scese lungo un sentiero stretto fino a un piccolo villaggio, dove trovò alloggio per la notte. Dopo una cena a base di radici crude e acqua, Plymire improvvisò un giaciglio sistemando delle travi grezze tra due panche ancora più grezze. Si stese esausto e cercò, invano, di prendere sonno. Ecco come descrisse quella notte:

Non ho mai passato una notte come quella. In quella stanzetta c’erano almeno sette persone, oltre a svariati maiali, sacchi di grano e attrezzi agricoli. C’era anche il mio mulo che, se avesse voluto, avrebbe potuto prendermi a calci con le zampe posteriori. 

La strada attraverso le montagne sembrava non finire mai. Poiché si trattava di un territorio infestato dai briganti, il pericolo era in agguato in ogni anfratto buio e dietro ogni macigno. Prendendo improvvisamente consapevolezza del fatto che da quel momento la sua vita sarebbe stata costantemente in pericolo, il giovane missionario desiderava una speciale assicurazione che Dio fosse con lui. Sarebbe stato disposto a dargli una promessa biblica per la sua carriera missionaria, una promessa speciale che lo avrebbe protetto da tutte le circostanze invisibili che avrebbe potuto affrontare?

Tu non temere perché io sono con te, non ti smarrire perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia. 

Fu come se il Padre Celeste gli avesse parlato direttamente. Victor era convinto che le parole confortanti di Isaia 41:10 fossero rivolte a lui. La forza con cui lo Spirito Santo gli aveva dato la promessa soddisfece il bisogno del suo cuore.

E gli anni a venire avrebbero dimostrato che Dio non aveva soltanto fatto la promessa, ma l’avrebbe anche mantenuta fedelmente.

Da sinistra a destra: l'insegnante di tibetano di Victor Plymire, una donna tibetana che trasporta sua figlia, un'abitante del Tibet interno
e un tibetano che srotola un trattato evangelistico nella propria lingua

L'arrivo in Tibet

Vicino alla sua destinazione, Plymire incontrò il suo primo tibetano. L’uomo indossava un pesante abito di pelle di pecora e, alla vita, una vistosa cintura di stoffa dalla quale sporgeva una spada dall’aspetto pericoloso. Mentre il missionario notava la somiglianza dei tratti fisici dell’uomo con quelli degli indiani d’America, fu rassicurato da un sorriso amichevole. Lo schiudersi delle labbra dell’altro aveva rivelato denti bianchi e regolari, che contrastavano piacevolmente con le guance scure segnate dalle intemperie.

Quella sera fecero tappa a Cho Ni, un monastero tibetano. Un abitante del luogo fece amicizia con lo stanco missionario e insistette perché lo seguisse a casa per un pasto. Nessuno dei due riusciva a comprendere l’altro, ma la cordialità fu la lingua comune che superò questo piccolo svantaggio. 
Ben presto Victor si ritrovò nella dimora di fango del suo ospite, seduto a gambe incrociate davanti a un tavolo basso. Mentre si chiedeva cosa lo attendesse, entrò una donna dal bel viso, con un abito di pelle di pecora che strisciava sulla terra battuta mentre camminava. I suoi capelli neri le arrivavano alla vita ed erano raccolti in lunghe trecce. 

Dopo aver preso delle ciotole di legno da uno scaffale grezzo, la donna le strofinò con uno straccio sporco e le mise sul tavolo davanti ai commensali. Poi, portò una grande ciotola che sembrava contenere della farina. Un’altra ciotola fu riempita con una massa gialla che sembrava burro. Plymire studiò attentamente la farina. Non male, pensò. Il burro, invece, sembrava rancido e aveva un bordo di muffa verde. Nel miscuglio orribile spiccava poi un lungo capello nero!

Riempirono le ciotole più piccole di tè caldo e vi gettarono un pezzo di burro come condimento. Il missionario osservava attentamente, in attesa di suggerimenti su come comportarsi, e imitò il suo ospite e la donna, che avevano messo alcune manciate di farina nelle proprie ciotole. Come fa un americano a mangiare questo strano impasto? Non c’erano forchette, cucchiai o bacchette.



Altre foto della raccolta di Victor Plymire
Le sue didascalie recitano: (A sinistra) «La via principale della nostra città, vista verso est. 1929.» (A destra) «Il signor Meng, uno dei nostri colportori. 1930.»

Che cosa stava facendo il suo nuovo amico tibetano? Oh, no! Non poteva essere. Eppure, sì, stava mescolando gli ingredienti con le dita, anche se prima non si era lavato le mani! Se quello era il modo in cui mangiavano i tibetani, Plymire decise che, durante la sua permanenza in Tibet, avrebbe seguito le loro usanze. Consumò il pasto a mani nude, senza l’aiuto di forchetta e cucchiaio, e scoprì con molto piacere che quella delizia tibetana, chiamata tsampa, aveva un sapore abbastanza buono, nonostante i capelli, la muffa e tutto il resto. 

Il mattino seguente, dopo essersi congedato dal suo gentile ospite, Victor montò in sella al suo mulo per gli ultimi chilometri del suo lungo viaggio. Mentre cavalcava, si interrogava su molte cose. Come sarebbe stata la città in cui avrebbe vissuto? Quali esperienze avrebbe fatto? I tibetani avrebbero accolto un americano?

Il sole stava tramontando dietro le montagne quando il viaggiatore, ormai stanco, imboccò l’ultima curva che lo avrebbe condotto a Tao Chow, una città annidata in una valle boscosa. Quel luogo sarebbe diventato casa sua!

Qualche momento dopo, Plymire attraversò un grande cancello nelle imponenti mura che circondavano quella città antica, distante soltanto pochi chilometri dal confine tibetano. Si trovò di fronte degli edifici di mattoni di fango essiccato. Tibetani curiosi osservavano il nuovo arrivato mentre percorreva le strette stradine alla ricerca della stazione missionaria. Ebbe qualche difficoltà, ma alla fine trovò il luogo che cercava.

I missionari accolsero calorosamente Victor Plymire. Si sedette e gustò un pasto diverso da qualsiasi altro avesse mangiato negli ultimi mesi. Quante cose aveva da raccontare! Più tardi, quella sera, il suo ospite gli indicò la camera in cui avrebbe potuto ritirarsi per la notte. 

Plymire, però, dormì ben poco. Rimase sveglio per gran parte della prima notte, preda di un’intensa solitudine, a riflettere sul passato, a interrogarsi sul futuro incerto in quella strana terra e, mentre spuntavano le prime luci dell’alba, a studiare le crepe delle grezze pareti di fango della sua camera.



Didascalie di Plymire: (in alto) «Abbiamo dormito al riparo di questa roccia in una fredda notte d’inverno. “Yak selvatico – Asino selvatico”. Nel Ladakh, lungo il fiume Indo, 1927-1928.»
(in basso): «Una danza religiosa al monastero di Hemis, nel Ladakh.»


Scopri la straordinaria storia di Victor Plymire

Ci sono luoghi in cui l'evangelo sembra non poter arrivare. Terre remote, impervie, segnate dalla paura, dall'isolamento e da profonde tenebre spirituali. Il Tibet, per lungo tempo chiuso e inaccessibile, è stato uno di questi luoghi.

"Missione Tibet" racconta la straordinaria vicenda di Victor G. Plymire, mandato da Dio a portare la buona notizia di Cristo lungo il confine tibetano e nel cuore di regioni dove pochi avevano osato entrare.

Tra viaggi estenuanti, pericoli continui, ostilità, struggenti lutti e liberazioni provvidenziali, la sua vita testimonia che Dio, quando chiama, sostiene, guida e rende possibile anche ciò che agli uomini appare impossibile.

Questa non è soltanto la storia di una grande avventura missionaria. È la testimonianza di una fede provata nel fuoco, di una perseveranza che non si arrende e di un'opera che, anche quando sembra nascosta o infruttuosa, porta nel tempo un raccolto che solo il Signore può vedere fin dall'inizio.

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