Possiamo vivere la nostra vita da cristiani in modo tale che Dio Padre, dall'alto, sorrida e dica: "Va bene così, figlio mio. Va bene così". Parole con cui un padre si mostra fiero di suo figlio, non certo quelle con cui un datore di lavoro si rivolge a un dipendente.
È possibile che un cristiano sia perdonato dei propri peccati e viva una vita fedele e in comunione con Dio, in modo che, quando arriverà in cielo, Dio lo accolga esclamando: "Ben fatto!"?
No, non è una domanda scontata.
Una parabola che conosciamo
Sappiamo che è possibile, perché ce lo dice la Bibbia. Nella parabola dei talenti, Gesù racconta la storia di un uomo che, prima di partire per un viaggio, affida le proprie proprietà ai propri servi (cfr. Matteo 25:14-30). Il padrone diede cinque talenti a un servo, due a un altro e uno soltanto al terzo. Ricorda: un talento non è un'abilità, come siamo soliti intendere, ma una semplice unità monetaria. Dopo molto tempo, il padrone tornò e fece i conti con i suoi servi. Il primo aveva guadagnato altri cinque talenti, in aggiunta ai cinque ricevuti. Allo stesso modo, il secondo ne aveva guadagnati altri due. Il terzo, invece, temendo che il suo padrone fosse troppo esigente e severo, aveva seppellito il suo talento per non perdere almeno ciò che gli era stato affidato. Ai primi due il padrone dichiara: "Va bene, servo buono e fedele" (25:21, 23), mentre il terzo viene definito "servo malvagio e fannullone" (25:26).
Vorrei soffermarmi su almeno tre aspetti di questa parabola.
In primo luogo, non si tratta soltanto di una storia per pastori, missionari o cristiani di chiara fama. Questa vicenda riguarda la vita nel Regno (Matteo 25:1) e il modo in cui Dio ci giudicherà alla fine dei tempi (Matteo 25:13). "Ben fatto" è ciò che sentiranno tutti i cristiani, non solamente una ristretta cerchia di credenti radicali.
In secondo luogo, i due servi sono lodati per la loro fedeltà nell'amministrazione dei beni affidati loro. Il primo guadagnò cinque talenti, il secondo due, ma entrambi ricevettero le stesse parole di elogio. Il padrone non si aspettava che realizzassero ciò che non era in loro potere fare, ma si attendeva semplicemente una condotta fedele, in linea con le opportunità che erano state loro concesse.
Il padrone non pretendeva che realizzassero ciò che non erano in grado di fare, si attendeva semplicemente una condotta fedele, alla luce delle opportunità che erano state loro concesse.
Il terzo servo, invece, sembrava decisamente fuori strada: era convinto di servire un padrone ostile e temibile. Eppure, proprio per questo, avrebbe dovuto impegnarsi ancora di più. Eppure, la paura lo paralizzò e lo indusse all'immobilismo. Non lavorò con dedizione. Non fu creativo. Non fece del suo meglio con ciò che gli era stato affidato. Agì con eccessiva cautela, convinto di fallire, e quindi non ci provò nemmeno. Non aveva alcuna voglia di mettersi alla prova, né di rischiare, né di mostrare inventiva o intraprendenza. In quel lungo lasso di tempo avrà fatto mille altre cose - sarà andato a pesca, a caccia, a giocare a carte - ma non quella che contava.
Queste lezioni sono importanti anche per noi. Seguire Gesù non è facile, ma quando pensiamo che vivere la nostra fede in un mondo ostile sia impossibile, ci adagiamo e finiamo per fare meno per Cristo, non di più. Ci arrendiamo senza combattere, convinti che, anche se Dio ci assolverà in qualità di Giudice, non potrà mai essere fiero di noi in qualità di Padre.
È vero, il padrone della parabola si era guadagnato una certa reputazione di severità, ma questo rendeva ancora più imbarazzante la scelta del terzo servo che, almeno, avrebbe potuto affidarsi a un banchiere, il quale avrebbe investito la somma garantendo un certo rendimento. I primi due servi non si imbatterono in un padrone duro e irragionevole e non sembrava che se lo aspettassero. Hanno trovato il padrone per quello che era davvero, sperimentandone la generosità e ricevendo in cambio parole di sincero apprezzamento, la più grande gratificazione possibile: il riconoscimento del lavoro ben fatto. Non erano terrorizzati dalle possibili reazioni del padrone. Erano servi fedeli che, come noi, sapevano che il padrone avrebbe risposto con un sorriso di compiacimento: "Ben fatto, amici. Ottimo lavoro!".
Cristianesimo impossibile
Nessuna persona di buon senso ha mai concepito il servizio cristiano come una condizione di perenne inadeguatezza, dominata dal timore costante di non essere all'altezza e, quindi, di non riuscire ad agire come si dovrebbe. Eppure, molti cristiani hanno accettato questo come la loro sorte, convinti che vivere per il Signore significhi proprio questo. Abbiamo dei comandamenti da seguire, ma siamo soliti disubbidire.
Abbiamo troppi doveri spirituali rispetto al tempo a nostra disposizione. Facciamo fatica a leggere la Bibbia ogni giorno e con la preghiera siamo messi anche peggio. Non evangelizziamo abbastanza e non doniamo a sufficienza. Ci portiamo dietro le colpe dei nostri padri e non riusciamo a liberarcene. Dio giustifica i peccatori come noi, e questo è certamente un bene. Eppure, tutto ciò che faremo in questa vita non sarà altro che peccare. Dio può perdonarci, ma non gli siamo graditi.
Come siamo arrivati a questo punto?
Uno dei motivi per cui abbiamo maturato questa visione del cristianesimo secondo l’evangelo è che esistono altre verità a cui preferiamo non pensare. Il cristianesimo è diventato impossibile soprattutto a causa delle nostre buone intenzioni: nel voler enfatizzare alcune verità, finiamo per dare l'impressione che vivere seguendo i principi biblici porti a una fede impraticabile.
Esistono però modi sbagliati per rendere il cristianesimo "possibile". Se non facciamo attenzione, rischiamo di concepire la fede, l'ubbidienza e la salvezza cristiana in modi non conformi agli insegnamenti della fede.
Errore n. 1: possiamo essere abbastanza buoni e questo ci assicurerà l’accesso al Paradiso
La Bibbia è assolutamente chiara su questo punto: a parte Cristo, non c'è alcun giusto, neppure uno (Romani 3:10). Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio (3:23). Di conseguenza, "riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede, senza le opere della legge" (3:28). Come disse George Whitefield, sarebbe più facile salire sulla luna con una corda di sabbia che essere giustificati in virtù delle proprie opere. Siamo tutti nati in questo mondo con un senso di colpa e un'inclinazione ereditaria alla depravazione (Romani 5:12-21).
Dobbiamo rinascere in virtù della volontà di Dio (Giovanni 1:12, 13; 3:5; 6:44). Quando affermo che il cristianesimo è possibile, non intendo dire che possiamo meritare la vita eterna o aggiungere qualcosa all'opera compiuta da Cristo a nostro beneficio (Galati 1:8) — e che io sia anatema se affermassi qualcosa di simile. “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio. Non è in virtù di opere, affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8, 9).
Errore n. 2: i cristiani possono essere perfetti
Quando frequentavo il college, io e i miei compagni di corso venivamo talvolta avvicinati per strada da un predicatore che ci esortava a ravvederci e a credere in Cristo. Avrei voluto apprezzarlo incondizionatamente. Non era uno stolto e gran parte di ciò che diceva era vero: prendeva sul serio il peccato e invitava gli studenti ad allontanarsene e a riporre la loro fede in Gesù. Predicava però anche un messaggio di perfezionismo, sostenendo con fermezza che i veri cristiani potessero e dovessero essere definitivamente liberi dal peccato commesso consapevolmente.
Non voglio parlare assolutamente di questo. Se l'esperienza personale non bastasse a convincerci del peccato che alberga in noi, la Bibbia ci dice che "non c'è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai" (Ecclesiaste 7:20). E ancora: "Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi" (I Giovanni 1:8). Per quanto possiamo compiere ciò che è veramente buono, su questa terra non saremo mai perfetti. Anzi, più ci avviciniamo a Gesù, più i nostri peccati risulteranno evidenti.
Errore n. 3: il peccato non è un grosso problema
Una volta esclusi i primi due errori, alcuni cristiani presumono, o insegnano implicitamente, che il peccato non sia nulla di cui preoccuparsi. Dio, certamente, non è d'accordo e, a parità di condizioni, preferirebbe che non peccassimo. Ma quando pecchiamo, Dio ci guarda con un sorriso ironico, come per dire: "Sciocco ragazzo, fai più attenzione la prossima volta". Questo atteggiamento rappresenta da tempo un pericolo per la Chiesa. Viene spesso chiamato "antinomismo", termine con cui si indica un'insofferenza nei confronti della legge.
Sul piano storico, quasi nessun antinomista ha effettivamente insegnato che i comandamenti di Dio possano essere ignorati o che il peccato sia accettabile. L'antinomismo è piuttosto un atteggiamento che minimizza la necessità e la possibilità dell'ubbidienza, nonché la gravità del peccato, anche per i credenti giustificati per fede. Ma Dio vede la nostra disubbidienza. Non ci offre un "bonus" di tre peccati gratuiti. Le lettere di Paolo, Pietro e Giovanni, per non parlare delle lettere di Gesù alle sette chiese nell'Apocalisse, sono piene di esortazioni rivolte ai cristiani e alle chiese, con l'invito a pentirsi e a ravvedersi.
Errore n. 4: essere cristiani equivale a non avere problemi
Se pensiamo che seguire Gesù non comporti lotte e battaglie, non abbiamo letto attentamente la Bibbia, o non l'abbiamo letta per niente. Essere cristiani significa imboccare con decisione la porta stretta (Matteo 7:13), sforzarsi di entrarvi (Luca 13:24), mettere a morte le opere della carne (Romani 8:13), lottare contro le potenze e i dominatori di questo mondo di tenebre (Efesini 6:12), combattere il buon combattimento della fede (I Timoteo 6:12) e fare ogni sforzo per aggiungere alla nostra fede la virtù, la pietà e tutte le qualità che accompagnano una condotta santa (II Pietro 1:5-7).
Il fatto che il cristianesimo sia possibile non significa che sia passivo.
Errore n. 5: dovremmo smetterla di essere così duri con noi stessi
Questo può essere un buon consiglio. Alcuni cristiani provano una vergogna eccessiva, hanno una coscienza troppo sensibile e non si sentono mai autorizzati a ubbidire concretamente a Dio. Tuttavia, come consiglio automatico valido per tutti e in ogni situazione, questo suggerimento è inutile, se non addirittura eretico.
Circolano molti libri e blog che fondamentalmente ci dicono: "Sei fantastico. Sei bellissimo. Potresti essere un fallito, e allora? Lo siamo tutti. E se le persone non ti amano per quello che sei, è un loro problema. Non lasciare che nessuno ti dica che i tuoi desideri sono sbagliati, che la tua famiglia è problematica, che il divorzio che stai affrontando non è conforme alla Bibbia, che le tue abitudini alimentari non sono sane, che le tue convinzioni non sono ortodosse o che il tuo comportamento non è cristiano".
Questo messaggio vende, e pure tanto. Ma non è il messaggio che ci invita a spogliarci dell'uomo vecchio con i suoi atti (Colossesi 3:9) né a cercare la santità, senza la quale nessuno vedrà il Signore (Ebrei 12:14). Non è il messaggio che Gesù predicò quando disse: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete all'evangelo" (Marco 1:15).
Errore n. 6: non c'è alcun costo nel seguire Gesù
Il fatto di servire un Salvatore che è stato crocifisso dovrebbe porre fine a questo equivoco. Dal momento che il mondo ha odiato Gesù, dovremmo aspettarci che odierà anche noi (Giovanni 15:18, 19).
Non dovremmo stupirci se ci troveremo in mezzo a una fornace accesa per metterci alla prova (I Pietro 4:12). D'altronde, tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù saranno perseguitati (II Timoteo 3:12). Affermare che il cristianesimo è possibile non significa suggerire che saliremo in cielo su comodi letti di fiori.
Come l'uomo che, volendo costruire una torre, si siede prima a calcolare la spesa per vedere se è in grado di portarla a termine, o come il re che, partendo per combattere un altro re, esamina se con diecimila uomini può affrontare chi gli viene contro con ventimila, dobbiamo calcolare il costo prima di unirci alla squadra di Gesù (Luca 14:25-33). "Se qualcuno vuole venire dietro a me", disse Gesù ai suoi discepoli, "prenda la sua croce e mi segua" (Matteo 16:24).
Errore n. 7: Dio non ti chiamerà mai a correre rischi
La sicurezza al 100% non è un obiettivo realistico in un mondo decaduto. Ogni giorno le persone sono coinvolte in brutti incidenti, anche indossando le cinture di sicurezza, si ammalano, anche indossando le mascherine, si ustionano sul lavoro o soffrono per una relazione, nonostante abbiano preso tutte le dovute precauzioni in anticipo. Siamo esseri umani con conoscenze limitate in praticamente ogni ambito. In particolare, non conosciamo il futuro.
Di conseguenza, la vita è piena di rischi, anche per il popolo di Dio, forse addirittura di più. Ester fece la sua parte "per un tempo come questo", pur sapendo che avrebbe potuto rimetterci la vita (Ester 4:14-16). Sadrac, Mesac e Abednego si rifiutarono di inchinarsi davanti all'idolo di Nabucodonosor, senza sapere se Dio li avrebbe liberati dalla fornace ardente (Daniele 3:17, 18). Essere un fedele seguace di Gesù è possibile, ma non sempre prevedibile.
La strada che sta nel mezzo
Detto questo, alcuni potrebbero ritenere che siamo tornati al punto di partenza, condannati a una vita di fallimenti e peccati, in cui non facciamo mai abbastanza e non siamo mai all'altezza.
È vero, la salvezza è solo per grazia. Tuttavia, la grazia che ci salva ai fini della giustificazione ci trasformerà anche in funzione della santificazione (II Corinzi 3:18).
È vero, qui sulla terra non saremo mai perfetti e senza peccato. Tuttavia, possiamo compiere ciò che è veramente buono e gradito a Dio (Romani 12:1, 2).
È vero, il peccato è sempre offensivo per un Dio santo. Tuttavia, possiamo ravvederci delle nostre trasgressioni e sperimentare la benedizione che deriva da una coscienza pulita e in armonia con l'approvazione di Dio (Numeri 6:24-26).
È vero, essere cristiani veri è difficile. Eppure, questo non significa che il giogo di Cristo non possa essere dolce (Matteo 11:30).
È vero, dobbiamo affrontare onestamente il nostro peccato e le nostre reiterate disubbidienze. Tuttavia, ciò non significa che non potremo mai compiere atti giusti, in segno di reale ubbidienza (Luca 1:6).
È vero, seguire Gesù significa portare una croce. Ma significa anche trovare la nostra vita perdendola (Matteo 16:25).
È vero, Dio ci chiederà di fare cose che risulteranno difficili. Ma il Signore è impegnato, al tempo stesso, a fare molto più di quanto possiamo chiedere o immaginare (Efesini 3:20).
La vita cristiana è più difficile e più facile di quanto siamo soliti immaginare. È più dura perché dobbiamo morire a noi stessi, lottare contro il diavolo ed essere odiati dal mondo, e nulla di tutto ciò ci viene naturale.
Ma è anche più facile, perché Dio non ci chiede di avere diversi titoli di studio, di lavorare trenta ore al giorno o di avere capacità organizzative sovrumane per essere Suoi discepoli. In altre parole, Gesù ci chiede essenzialmente di fidarci di Lui, di camminare al Suo fianco, di ascoltarlo e di dipendere dalla Sua guida in ogni dettaglio della nostra vita.
Si tratta senza dubbio di un sentiero stretto e arduo, motivo per cui in pochi decidono di intraprenderlo. Ma i veri discepoli percorrono questa strada perché sanno che è buona e conduce alla vera vita.
Fede nella società della performance
Il cristianesimo è davvero impossibile? Molti credenti vivono con questa sensazione: pregano, si impegnano, servono… eppure si sentono sempre “mai abbastanza”. Perdonati, sì. Salvati, sì. Ma spesso inadeguati e spiritualmente insufficienti.
In Cristianesimo impossibile, Kevin DeYoung affronta questa percezione alla luce della Scrittura e mostra che la vita cristiana è esigente, ma non è una missione impossibile. Non siamo chiamati a sapere tutto, a cambiare il mondo o a vivere schiacciati dal senso di colpa.C
on chiarezza pastorale e solidità dottrinale, l’autore evita due estremi: il moralismo che pretende perfezione e una grazia mal compresa che minimizza l’ubbidienza. La grazia che giustifica è la stessa grazia che sostiene e trasforma.
I cristiani non sono perfetti, ma possono essere fedeli. Questo libro non spiega come guadagnarsi il cielo, ma come vivere, qui e ora, una vita che il nostro Padre celeste possa guardare con compiacimento.
Vivere coerentemente la fede in Cristo non è facile. Ma, per la potenza dello Spirito Santo, è possibile.
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