La nostra società dà troppo risalto all’autostima e all’opinione positiva di sé stessi. Quindici anni fa, la rivista Newsweek riportava che gli studenti delle scuole superiori statunitensi erano più sicuri (percezione soggettiva) delle proprie capacità in matematica e scienze rispetto ai loro coetanei giapponesi. L’unico problema era che gli studenti giapponesi erano molto più competenti (successo oggettivo) dei loro coetanei statunitensi in quelle materie.16 Le cose sono poi peggiorate con il culto dello “stare bene con sé stessi” a scapito del “pensare bene” e del “fare bene”. Questo, come molti di noi predicano da trent’anni, ha prodotto più problemi di autostima che mai. Gesù ha fornito la giusta prospettiva sul concetto di sé e sull’autostima appropriata. Egli dimostrò di avere un sano concetto di Sé in almeno cinque modi.
Gesù era un uomo con una missione
Gesù compiva le Sue azioni perché era stato mandato dal Padre (Gio vanni 5:23); aveva ricevuto una missione, e da essa derivava la Sua concentrazione. La Sua opera era ciò che il Padre Gli aveva affidato da compiere (Giovanni 5:19-36), un’espressione visibile del Padre al lavoro attraverso di Lui (Giovanni 14:10). Il Suo concetto di Sé era basato sulla prospettiva del “Prima il Padre”, non sulla filosofia che in quest’epoca fa dire: “Prima io”. Egli cercò la volontà del Padre e la mise in pratica senza deviare né a destra né a sinistra. La consapevolezza della Sua missione Lo aiutava a mantenere la concentrazione necessaria per insegnare con autorità.
Ognuno di noi ha un giogo, il giogo del Signore, che corrisponde alla propria missione. Quando la scopriamo e decidiamo di accettarla, troviamo riposo e ristoro nel Signore e impariamo da Lui (Matteo 11:28-30). In breve, scopriamo la nostra vera individualità, concepita da Dio per ciascuno di noi. Questa scoperta del “sé” è molto meglio che cercare di diventare qualcuno per il Signore! Scopri il posto che il Signore ha pensato per te e dona te stesso, innanzitutto a Lui, e poi ricorda sempre il posto che ti ha riservato.
Gesù era un uomo dall’umiltà dinamica
Nei Vangeli non si legge da nessuna parte che Gesù abbia preteso di essere adorato dai Suoi discepoli. Non si preoccupava quando non veniva riconosciuto e non si lamentava quando le persone che aveva guarito non Gli dimostravano particolare gratitudine, oppure quando i capi religiosi non Gli tributavano il rispetto che meritava. Benché non pretendesse adorazione, almeno in un’occasione ha riconosciuto di averla ricevuta. Eppure, leggiamo il modo in cui l’ha usata:
“Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Poiché io vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io. In verità, in verità vi dico che il servo non è maggiore del suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che l’ha mandato. Se sapete queste cose, siete beati se le fate” (Giovanni 13:13-17).
Gesù è venuto come l’umile “Servo sofferente” (Isaia 53; Matteo 16:21), eppure la Sua umiltà non è mai stata passiva. Non si è mai comportato da vittima, andandosene con la coda tra le gambe perché il Suo popolo Lo aveva rifiutato. La Sua umiltà era attiva, una sottomissione energica. Anche quando si trovò davanti a Pilato, che avrebbe potuto salvarlo dalla croce, il Signore Gesù si mostrò sottomesso e al tempo stesso autorevole: “Tu non avresti alcuna autorità su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto” (Giovanni 19:11). Gesù non si abbassava, se non per glorificare il Padre (Luca 18:19). Non sminuì mai il Suo ministerio e non rispose mai alle lodi del prossimo con sorrisetti imbarazzati. Ha sempre manifestato la dignità che accompagnava l’autorità che Gli apparteneva.
Non pretese mai di essere adorato, ma non si tirò indietro quando Gli fu tributata l’adorazione. Quando il giovane ricco si prostrò davanti a Lui, Gesù non mostrò di essere a disagio, ma si limitò a occuparsi del suo desiderio (la vita eterna) e dei suoi reali bisogni (la liberazione dalla ricchezza che soffocava la sua vita). Purtroppo, quest’uomo decise di non accettare la soluzione proposta da Gesù (Marco 10:17-22). Quan do si trovò di fronte a Gesù risorto, Tommaso esclamò: “Signore mio e Dio mio!”, ma Gesù non fece intendere che l’adorazione di Tommaso fosse fuori luogo (Giovanni 20:28, 29). L’umiltà di Gesù era dinamica: una mansuetudine vigorosa, una sottomissione vitale e una modestia aggressiva.
Se ci aspettiamo che gli altri ci lodino per il buon lavoro che abbiamo svolto, prima o poi rimarremo delusi. La cosa migliore è fare il bene e dimenticarsene: “Ma, quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra” (Matteo 6:3). Anche il fatto di accettare gli elogi senza provare un certo imbarazzo è un problema, perché di solito è un segno di eccessiva autocoscienza. La cosa migliore è accettare i complimenti con grazia, senza attribuirgli un’importanza eccessiva. Un’umiltà dinamica del genere ci libera dalle trappole della delusione e dell’eccessiva autocoscienza.
Gesù rimaneva calmo quando era attaccato
Il Suo concetto di Sé è dimostrato dall’atteggiamento di calma che manteneva quando Lo attaccavano. Guarì due uomini posseduti17 cacciando i demoni in un branco di porci, che si trovava nei paraggi. I guardiani di quegli animali corsero in città e raccontarono quanto era accaduto, e a quel punto tutti gli abitanti si precipitarono per affrontare Gesù e imputargli quella grave perdita: “Perché erano presi da grande spavento” (Luca 8:37). Avevano paura della potenza di Gesù e si arrabbiarono per la perdita degli animali. Non esiste intreccio di emozioni umane più imprevedibile di quello tra paura e rabbia. Quando gli abitanti lo supplicarono di andarsene (Matteo 8:34), come reagì? Gesù non cercò in alcun modo di giustificarsi o fornire spiegazioni: “Gesù, entrato in una barca, passò all’altra riva e venne nella sua città” (Matteo 9:1).
Quanti di noi avrebbero cercato di giustificare il proprio comportamento? Quanti avrebbero voluto spiegare agli abitanti del villaggio che il Figlio di Dio aveva appena liberato due uomini da una legione di demòni, donando loro una salute mentale che sembrava irrimediabilmente perduta? Quanti avrebbero cercato di convincerli che ciò che era stato fatto era per il loro bene? Gesù, invece, se ne andò in silenzio.
Gesù aveva pazienza con i Suoi discepoli
Come abbiamo visto, i discepoli avevano molte debolezze, eppure Gesù non si arrese mai, lasciandosi sopraffare dallo sconforto. “Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta” (Giovanni 17:12).
Dimostrò pazienza quando ai discepoli venne meno la fede durante la tempesta: “Perché siete così paurosi? Come mai non avete fede?” (Marco 4:40). Dimostrò pazienza anche quando non riuscirono a guarire il ragazzo posseduto da un demone. Perché? “A causa della vostra poca fede” (Matteo 17:20). Dimostrò pazienza anche quando si addormentarono nel giardino: “Così, non siete stati capaci di vegliare con me un’ora sola?” (Matteo 26:40). Non si arrese mai con loro, perché i Suoi discepoli erano parte della Sua missione: “Io prego ... per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi” (Giovanni 17:9). Gli insegnanti insicuri, invece, possono perdere facilmente la pazienza con gli studenti, vedendo nella loro incapacità didattica il fallimento degli allievi. Gli insegnanti sicuri, invece, ritentano con pazienza finché gli allievi non raggiungono un livello di competenza soddisfacente.
Gesù aveva un concetto di Sé legato all’identificazione con il Padre attraverso la preghiera
All’inizio del capitolo abbiamo parlato della dipendenza di Gesù dal Padre per l’opera che doveva compiere e per il Suo insegnamento. La preghiera era ciò che li teneva in continua comunione: “Poi, la mattina, essendo ancora molto buio, Gesù si alzò, uscì, se ne andò in un luogo deserto e là pregava” (Marco 1:35). In un’altra occasione è scritto specificamente che Gesù: “Passò la notte in preghiera a Dio” (Luca 6:12). Luca ci dice ancora che Gesù pregava spesso in luoghi solitari (Luca 5:16). Gesù stesso ha ribadito l’importanza della preghiera con la parabola della vedova insistente: “Per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi” (Luca 18:1). Inoltre, ha sottolineato l’importanza di chiedere al Padre, che “darà cose buone” (Matteo 7:11), che farà ciò che chiediamo nel nome di Gesù (Matteo 18:19; Giovanni 15:16; 16:23) e darà lo Spirito Santo (Luca 11:13).
La preghiera, la comunione personale con il Padre celeste, era una parte fondamentale del concetto di Sé che Gesù trasmetteva. Se la seconda Persona della Trinità (Matteo 28:19), nella quale “abita corporalmente tutta la pienezza della Deità” (Colossesi 2:9), aveva bisogno di trascorrere del tempo da solo in preghiera con il Padre, quanto più ne abbiamo bisogno noi!
La preghiera è il collegamento. La Parola è il mezzo. Lo Spirito Santo è la potenza. Gesù è il nostro Signore e l’esempio per eccellenza. Tutti questi aspetti si combinano per ricrearci a Sua immagine.
È importante avere un’immagine sana di sé e un senso santo dell’autostima: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19:18; Matteo 19:19). Per noi cristiani, conoscere a Chi apparteniamo è fondamentale per comprendere chi siamo. Conoscere il Signore ci dà la fiducia necessaria per insegnare agli altri. Santificando questo “viaggio”, scopriremo che il nostro concetto di noi stessi si preoccuperà di sé stesso, poiché Gesù è venuto “… perché abbiano la vita e l’abbiano a esuberanza” (Giovanni 10:10).
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