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Una teologia dell'educazione cristiana
Il modello del discepolato formativo

Stavo in piedi accanto alla cattedra e fissavo quello che posso descrivere soltanto come un abisso oscuro e profondo che si apriva sull’ignoto. Mentre guardavo negli occhi i miei studenti sordi, mi sentivo isolato, completamente solo. Il vento kazako sferzava l’edificio, facendo tremare le imposte, tanto che la temperatura esterna, già sotto lo zero, sembrava ancora più rigida.

Otto dei diciassette studenti seduti di fronte a me avevano affrontato un pericoloso viaggio da Biškek, in Kirghizistan, attraversando montagne coperte di ghiaccio. Avevano guidato tutta la notte, per dieci ore, coprendo quasi cinquecento chilometri, per arrivare in tempo a quella lezione. Che cosa pensavano? Quali aspettative potevano avere? Quali conoscenze avevano già? Il materiale che avevamo preparato sarebbe stato davvero utile? Sarebbe stato utile per il loro ministerio dell’insegnamento e le loro chiese ne avrebbero tratto beneficio?

Avevo bisogno di una bussola che mi indicasse la direzione giusta, affinché io e quegli studenti non udenti potessimo trovare dei punti in comune, unirci nella stessa causa e intraprendere insieme un viaggio verso una crescita sana e solida nel Signore.

Grazie a Dio, disponevo di quella bussola, ma non avevo alcuna prova del fatto che sarebbe stata utile per quei credenti russi che vivevano a undici fusi orari di distanza da Fort Worth. L’unico modo per scoprirlo era un’impresa che mi spaventava. Formulai una preghiera silenziosa per chiedere aiuto al Signore e mi lanciai in quell’impresa che mi spaventava. La mia unica speranza era che le mie parole trovassero terreno fertile.

Teologia

In senso letterale, la parola “teologia” è una combinazione di due termini greci: “Theos” (Dio) e “Logos” (studio, discorso) e significa “studio di Dio”, della Sua natura e dei Suoi attributi. Il teologo A. H. Strong (1836-1921) ha ampliato questa definizione includendovi “l’intera gamma di dottrine cristiane ... delle relazioni tra Dio e l’universo, alla luce delle quali parliamo di Creazione, Provvidenza e Redenzione”. Il professor Klaus Issler ha ripreso questo pensiero classico, fornendo una definizione più attuale, secondo cui la teologia è “lo studio di Dio: chi è e ciò che ha provveduto per la Sua creazione, oggi e per l’eternità”.

La teologia è scienza, ma anche filosofia. È scienza nel senso che scopre i fatti e le relazioni che esistono tra Dio e l’universo finito, fatti e relazioni che si basano a loro volta sulle opere e sull’attività di Dio. Se la scienza scopre la legge di gravità e l’aerodinamica e le mette in relazione per gettare le basi del volo, la teologia, da parte sua, mette in luce i fatti riguardanti l’opera creatrice, l’attività di sostegno e la presenza appagante di Dio nell’universo, compreso il genere umano. Tutto ciò fornisce le basi razionali per lo sviluppo di una vita, di un destino e di una serie di scopi ordinati direttamente da Lui per ogni credente. La teologia, però, è anche filosofia, nel senso che “esibisce questi fatti nella loro unità razionale, come parti connesse di un sistema di verità formulato e organico” che viene messo in relazione con la mente umana per mezzo della rivelazione scritta.

La teologia è il nostro punto di partenza, il fondamento del nostro testo: Dio esiste e, per Sua stessa natura, è un insegnante (Esodo 4:12; cfr. Isaia 28:23, 26). Inoltre, l’insegnamento è al centro dell’istituzione della Chiesa, che guida i non credenti alla fede e alla rigenerazione spirituale ed esorta i credenti alla trasformazione e alla santificazione, fornendo loro gli strumenti per svolgere il servizio a cui sono chiamati nel mondo reale (Atti 5:21, 42; 28:30, 31).

Educazione

Il termine “educazione” è sempre più carico di significato per la Chiesa, soprattutto in ambito teologico. Di recente, un mio amico teologo mi ha fatto notare che il fatto che io lo usi continuamente mi ha “contaminato”. Non è riuscito a spiegarmi esattamente il motivo, ma mi ha detto che il termine educazione ha assunto una connotazione, per così dire, liberale e che sarebbe preferibile usare parole come “discepolato”, “preparazione” o, addirittura, la locuzione presa in prestito anche in ambito cattolico romano: “formazione spirituale”.

Anche gli esperti del settore hanno opinioni discordanti sul significato e sui metodi dell’educazione. Jack Terry mi ha introdotto a questo dibattito nel 1974, durante il mio primo corso di Filosofia dell’educazione che ho avuto modo di frequentare. Ha spiegato che il termine “educazione” viene spesso ricondotto a due verbi latini: ēdūcāre, con l’idea di “allevare, far crescere”, ed ēdūcere (e+dūcere), cioè “condurre fuori”. L’educazione, perciò, è un processo di formazione mediante il quale si aiuta la persona a “tirare fuori” e sviluppare ciò che è già presente in lei (capacità, intelligenza, valori, ecc.).

A distanza di quarant’anni, il dibattito non si è ancora esaurito. I docenti di educazione e istruzione V. R. Bass e J. W. Good contrappongono due prospettive sulla formazione e si chiedono se sia possibile raggiungere un equilibrio. La prospettiva di educare pone l’accento sulla conservazione della conoscenza e sulla formazione della generazione successiva in continuità con quella precedente. Educere, invece, mette l’accento sulla preparazione di una nuova generazione in vista dei cambiamenti futuri, per fornirle gli strumenti necessari ad affrontare problemi ancora sconosciuti.

L’educazione tradizionale mira all’istruzione diretta, alla padronanza degli argomenti e alla necessità di diventare validi operatori, affidabili sotto ogni punto di vista. Educere, invece, invita a mettere in discussione ciò che è dato, a pensare “fuori dagli schemi” e a sviluppare nuovi modi di vedere il mondo. Purtroppo, le raccomandazioni presentate nell’articolo sull’equilibrio tra il vecchio (educare) e il nuovo (educere) — che chiamano in causa le parti interessate nel processo decisionale e l’incremento delle risorse — finiscono per lasciarci con poco più di una parola “magica”, oggetto di una rielaborazione densa ma non sempre chiarificatrice. Il sistema stesso appare confuso e sembra che nessuno riesca a parlarne in modo davvero chiaro.

A prescindere dagli infiniti dibattiti teorici e politici, il risultato è che decine di migliaia di diplomati delle scuole superiori non sono in grado di scrivere o parlare correttamente l’inglese standard (nel nostro caso, l’italiano. N.d.E.). Grazie a Dio, il sostantivo “educazione”, nell’espressione “educazione cristiana”, ha un significato molto diverso.

Educazione cristiana

Klaus Issler, teologo ed educatore cristiano, riprende una definizione come base per discutere i fondamenti teologici dell’educazione cristiana:

L’educazione cristiana è un tentativo rispettoso di scoprire il processo divinamente stabilito per mezzo del quale gli individui crescono a immagine di Cristo e di lavorare con tale processo.

In questa affermazione c’è molto di condivisibile. Si tratta di un tentativo rispettoso, un cammino condotto con umiltà da chi cerca la verità. L’uomo non può produrre da sé questa verità, ma essa viene rivelata a chi si umilia sotto la potente mano di Dio. Inoltre, l’accento è posto su un processo di crescita che non è istantaneo, ma sequenziale e progressivo. Il tentativo si concentra su un processo divinamente stabilito. In che modo Dio intende che l’allievo passi da ribelle perduto a figlio ritrovato, da bambino in Cristo a santo perfezionato?

Questo processo di crescita tende verso una direzione specifica: la somiglianza con Cristo. Mi piace l’accento posto su Cristo e sull’obiettivo di crescere per diventare come Lui.

Il compito dell’educazione cristiana è quello di analizzare questo processo divinamente stabilito di trasformazione soprannaturale, nel suo intrecciarsi con i cambiamenti che avvengono nella vita dei bambini in età prescolare e scolare, dei giovani e degli adulti. L’interazione tra il soprannaturale e i naturali processi di cambiamento porta le questioni teologiche della conversione, della rigenerazione, della santificazione e della trasformazione nel contesto delle scienze sociali (più specificamente nella scienza dell’educazione). In questo modo, affrontiamo con onestà i cambiamenti nell’area cognitiva (conoscenza e intelligenza), affettiva (valori e preferenze) e comportamentale (abilità e abitudini). L’opera educativa cristiana ci porta prima nella Chiesa e poi, attraverso il ministerio, nel mondo.

Issler formula la “domanda fondamentale” a cui l’educazione cristiana deve dare una risposta: “In che modo educhiamo i credenti?”.

Il teologo Dallas Willard compie un passo ulteriore, spiegando le fasi di questo processo:

Il nostro obiettivo è trasformare interiormente i discepoli, affinché dire e fare ciò che Cristo disse e fece non sia l’obiettivo principale, ma un risultato naturale, un effetto collaterale.

Ciò significa diventare come Cristo interiormente, in modo che il comportamento esterno ne sia la conseguenza. Ovviamente, nessuno può diventare come Cristo, in quanto Egli è Dio; ma, avvicinandosi a Lui, “cresciamo in ogni cosa verso di Lui” (cfr. Efesini 4:15), diventando migliori di ciò che eravamo e più simili al Suo proposito originario, con l’obiettivo di dare corpo al progetto concepito fin dall’inizio.

L'educatore cristiano Dennis Williams riassume così alcune delle individuate dal movimento evangelico per definire la specificità dell’educazione cristiana:

Basata sulla Bibbia; teologicamente corretta; potenziata dallo Spirito Santo; con particolare enfasi sugli elementi dell’apprendimento, della crescita e del perfezionamento; del cambiamento; della chiesa; dell’evangelismo e del servizio. La formazione cristiana, quindi, va ben oltre il mero insegnamento rivolto a dei credenti.

Una teologia dell'educazione cristiana

Le parole del pastore Williams mi riportano ai primi anni ‘70 e alle mie preghiere accorate da insegnante alle prime armi, che non riusciva a individuare metodi efficaci per insegnare agli studenti del proprio corso biblico. “Signore, come posso insegnare affinché questi allievi crescano in Te?”. Insegnare in una situazione che, per gran parte, mi era ignota non era facile. Quali conoscenze avevano questi studenti? Quali esperienze avevano fatto con il Signore, con la Chiesa e con le Scritture? Se erano davvero convertiti, di cosa avevano bisogno per progredire nelle vie del Signore e crescere in Lui? Come avrei dovuto strutturare le mie lezioni? Quale doveva essere il punto focale del mio insegnamento?

Nei tre anni successivi, durante i quali ho insegnato a quegli studenti, il Signore ha creato situazioni in classe che hanno risposto a tutte le mie domande. Durante i miei cinque anni di studi in Fondamenti della Didattica il Signore ha gettato solide basi teologiche, ermeneutiche e dii educazione generale che ho poi tradotto in pratica nelle mie esperienze di insegnamento, fino a elaborare una breve teologia della formazione cristiana.

Il modello del discepolato formativo

Non esiste un modello unico che possa racchiudere l’intera crescita cristiana. Jean Piaget parlava del "tavolo dei tre coni": tre coni osservati da angolazioni diverse possono apparire differenti, pur restando gli stessi.  Come nel tavolo con i tre coni di Piaget, la “verità” dei coni rimane la stessa, anche se il loro aspetto cambia quando ci si muove intorno al tavolo. Allo stesso modo, il piano di Dio per la formazione spirituale dei discepoli non cambia: giustificazione (conversione/rigenerazione), santificazione (discepolato/preparazione o perfezionamento), e glorificazione finale. Noi, però, possiamo osservare il Suo piano da punti di vista differenti. Esistono diversi modelli validi, ed è per questo che ho usato l’articolo indeterminativo “una” teologia dell’educazione cristiana.

Il modello del discepolato formativo è la risposta alla semplice ma profonda domanda per cui pregavo durante quei primi anni. Affermare che questo modello sia “la risposta del Signore” alle mie preghiere può sembrare ostentazione spirituale e autoreferenzialità, ma non ho un altro modo per definirlo. Non rivendico alcun diritto d’autore né affermo di aver fatto una scoperta senza precedenti. Il mio intento è onorare il Signore, che ha risposto alle mie preghiere e mi ha fornito i mezzi per insegnare con fiducia nell’ignoto-non-udente e, da quel momento in poi, in molti altri luoghi “ignoti”. Il modello del discepolato formativo è diventato, e rimane, la mia bussola didattica e, dopo trent’anni, posso affermare che, pur nella sua semplicità, rappresenta un processo biblico che non ha mai fallito nel condurmi, insieme ai miei studenti, verso la crescita spirituale e la somiglianza a Cristo.

Dio come insegnante

Il cerchio, che circonda il modello, rappresenta lo Spirito Santo come insegnante, che tiene insieme tutti gli altri elementi in un’equilibrata sinergia. Nel nostro testo esamineremo da vicino il tema “Dio come Insegnante”, nei capitoli 3, 4 e 5, che trattano nello specifico il ruolo del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo come Insegnanti. Per Sua natura, Dio è un Insegnante e, nella misura in cui imiteremo i Suoi metodi e i Suoi modi, permettendogli di insegnare attraverso di noi, saremo efficaci nel facilitare la crescita spirituale.

La Bibbia e i bisogni

Le due pietre miliari del modello sono la Bibbia, fonte di verità eterna, e i bisogni degli allievi, espressioni delle loro necessità contingenti. In ogni incontro in cui Gesù ha insegnato, Lo vediamo comunicare verità eterne nel contesto delle necessità immediate (anche se non sempre percepite) di chi era chiamato ad apprendere. Il capitolo 6, “La Bibbia come piano di studi”, contiene un’analisi teologica delle Scritture come elemento centrale e fondamentale dell’insegnamento cristiano, a prescindere da qualsiasi altro strumento didattico scelto dall’insegnante. Il capitolo 12, “Come studiare la Bibbia”, fornisce suggerimenti pratici su come “tagliare rettamente la parola della verità” nella preparazione all’insegnamento. Il capitolo 7, “Il discepolo: chiamato a imparare”, è incentrato sulle esigenze generali di tutti gli allievi e sul processo stesso del discepolato, mentre i capitoli 15, 16, 17 e 18 trattano rispettivamente i bisogni specifici dei bambini in età prescolare, di quelli in età scolare, dei giovani e degli adulti, suggerendo poi dei metodi per aiutare ciascuna fascia d’età a crescere spiritualmente.

I tre pilastri: pensiero, relazioni e valori

Il processo di crescita spirituale è sostenuto da tre pilastri. Quello a sinistra consiste nell’aiutare gli allievi a pensare. Poggia sulla Bibbia, la pietra fondante collocata a sinistra, e mira a far comprendere il significato delle Scritture nell’ambito della vita quotidiana. In questo pilastro, aiutiamo gli studenti a mettere a confronto le loro percezioni soggettive della verità con la verità oggettiva ed eterna della Parola di Dio. Il pilastro di destra simboleggia l’azione di aiutare gli allievi a integrare i valori delle Scritture nel proprio sistema di priorità personale. Poggia sul fondamento posto a destra, i bisogni degli allievi, e pone l’accento sull’importanza personale della Parola di Dio per i propri bisogni. In questo caso, aiutiamo gli allievi a mettere a confronto il loro tumulto emotivo con la maturità emotiva che proviene da Dio. Il capitolo 11, “L’obiettivo della formazione cristiana: somigliare a Cristo”, analizza questi due processi in modo dettagliato.

Il pilastro centrale serve ad aiutare gli allievi a stabilire relazioni. Le chiese sono comunità di fedeli, membri del corpo di Cristo, nelle quali adoriamo e preghiamo insieme, rivolgendoci al Padre nostro che è nei cieli. Parte del processo di crescita spirituale consiste nel creare connessioni significative con altri credenti, cosa che avviene al meglio in piccoli gruppi interattivi e, addirittura, in sottogruppi ancora più piccoli all’interno di essi. Non possiamo crescere da soli, a prescindere da quanto desideriamo essere indipendenti o autosufficienti. Questi aspetti relazionali sono trattati nei capitoli 8 e 9, intitolati rispettivamente “Il ruolo della chiesa nell’insegnamento” e “Il ruolo della famiglia nell’insegnamento”.

La chiave di volta: crescere a immagine di Cristo

Il coronamento, la chiave di volta del modello, è il nostro vero obiettivo, vale a dire la crescita in Cristo. Incoraggiamo gli allievi a pensare in modo critico, a non fermarsi alle percezioni personali e a porsi domande. Piuttosto che coinvolgerli in una ricerca puramente accademica della verità, li aiutiamo a valutare le proprie percezioni alla luce del messaggio della Parola di Dio. Conduciamoli oltre la semplice conoscenza delle storie bibliche affinché possano mettere in pratica i suoi valori. Questo tipo di crescita coinvolge l’aspetto emozionale degli studenti.

Guidiamo gli allievi a instaurare relazioni significative con il prossimo, offrendo loro aiuto quando ne hanno bisogno, così da guidarli nel ministerio con altri nel nome di Colui che li ha liberati dall’egocentrismo e dalla stagnazione che esso genera. Questa è crescita relazionale.

Pensare, sentire, apprezzare e collegare sono gli aspetti della crescita spirituale in Cristo. Il capitolo 10, “Il pastore come insegnante”, ci guida nel coinvolgere i credenti e incoraggiarli a diventare pastori-insegnanti a tutti gli effetti. Il capitolo 11, “L’obiettivo della formazione cristiana”, rappresenta il coronamento della sezione teologica del testo e illustra i mezzi per condurre i credenti a crescere a immagine di Cristo.

Una teologia dell'organizzazione dell'educazione cristiana

Per svilupparsi adeguatamente all’interno di una chiesa locale, la teologia ha bisogno di un terreno in cui affondare le proprie radici e di una struttura nella quale svilupparsi. Il modello del discepolato formativo ha una propria struttura, ma per coinvolgere attivamente un determinato gruppo di credenti è necessario creare collegamenti organici tra teoria e pratica.

Il nostro non è un semplice testo didattico, ma è progettato per aiutare i responsabili e le chiese a sviluppare un progetto finalizzato alla crescita spirituale dei credenti. Il capitolo 2, “Una teologia dell’organizzazione”, fornisce il fondamento biblico per tale struttura organizzativa. I capitoli 13 e 14, “Pianificare per insegnare” e “Creare un’esperienza indimenticabile”, forniscono dettagli precisi per organizzare esperienze didattiche rilevanti.

Questi suggerimenti e linee guida amministrative sono come la coppa, il contenitore che porta l’acqua viva agli assetati e il Pane della vita agli affamati. Il modello del discepolato formativo illustra il processo attraverso il quale quest’acqua e questo pane vengono assimilati dal sistema, sia a livello individuale sia collettivo, affinché “cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo” (Efesini 4:15).

Insegnare nell'ignoto

Stavo insegnando nell’ignoto. Utilizzavo la mia bussola didattica, ma non sapevo se mi avrebbe davvero guidato in quella terra sconosciuta. Durante una delle prime sessioni, in quello che sarebbe stato un gelido giorno in Kirghizistan, ho posto una domanda. Uno studente seduto in fondo all’aula ha alzato la mano e ha risposto alla mia domanda. La sua risposta era pertinente e mi ha spinto ad approfondire l’argomento. Quando ho concluso, lo studente ha nuovamente alzato la mano e ha detto: “Vorrei scusarmi con il professore per l’inadeguatezza della mia risposta. Mi impegnerò a fare meglio in futuro”. Il mio commento aggiuntivo sembrava avergli fatto pensare che la mia valutazione della sua risposta fosse incompleta. “Il suo intervento era appropriato. Ha risposto correttamente alla domanda. Il mio commento non era una critica alla sua risposta, ma un modo per approfondire il concetto. Questo è ciò che intendo per insegnare. Non c’è bisogno di scusarsi”. Durante la pausa successiva, lo studente si è spostato dai posti in fondo a quelli in prima fila e ha partecipato attivamente alle discussioni.

Più tardi, nel corso della settimana, ho deciso di utilizzare i piccoli gruppi per integrare la mia presentazione con le esperienze degli allievi nelle rispettive chiese. Dopo una breve panoramica del materiale, ho suddiviso gli studenti in sei gruppi e ho chiesto loro di riflettere su comestessero già utilizzando il materiale nelle proprie chiese. Tutti avevano un’espressione perplessa. Ripetei la consegna e tutti i gruppi, tranne uno, si impegnarono al massimo. Quel gruppo si avvicinò a me e, tramite l’interprete, cercò di capire esattamente cosa volessi. Nonostante aves si nuovamente spiegato il compito che avevo assegnato loro, l’interprete si rivolse a me e mi disse: “Non capiscono cosa intendi dire. Non sono in grado di fare quello che chiedi”.

Quella risposta mi irritò e mi ricordò quante volte, in passato, alcune persone udenti mi avevano detto che le persone sorde non erano in grado di discutere i brani biblici e che avevano bisogno di insegnamenti semplici, “al loro livello”. Avevo capito che, nella maggior parte dei casi, il problema non erano i limiti mentali, sociali o linguistici delle persone sorde, ma le difficoltà delle persone udenti a comunicare attraverso la lingua dei segni. Le esperienze con gruppi di giovani e adulti sordi avevano dimostrato che, se veniva loro data l’opportunità, non avevano problemi con gli approcci domanda-risposta, con la discussione e con la risoluzione dei problemi. No, quei credenti russi erano perfettamente in grado di fare ciò che chiedevo loro: avevano soltanto bisogno di un po’ di incoraggiamento.

Allora dissi all’interprete: “Possono fare ciò che sto chiedendo loro, anzi, lo faranno e rimarrà stupita!”. Sono rimasto sorpreso dalle mie stesse parole, quindi ho pregato sperando che le avesse suscitate il Signore! Ho detto alla donna di riferire ai componenti del gruppo di fare del loro meglio e lei, con gli occhi sgranati, ha eseguito alla lettera le mie istruzioni. Anche loro hanno fatto lo stesso e si sono messi al lavoro.

Pochi minuti dopo, ho chiesto un resoconto. Nessuno si è mosso. Ho chiesto di nuovo: “Chi vuole venire avanti a condividere le conclusioni del proprio gruppo?”. Uno degli studenti ha dato una gomitata al vicino di posto e gli ha detto di andare avanti e fare il resoconto. Quest’ultimo, ubbidiente, si è fatto avanti e ha cominciato a parlare con timidezza. Le sue affermazioni erano incerte e piuttosto semplici, ma sostanzialmente corrette. Ogni volta che concludeva un punto, io rispondevo con qualche parola d’assenso in russo che avevo imparato: “Bene”, “sì”, “concordo”, “corretto”, “eccellente”. Ogni volta che rispondeva, si sentiva sempre più sicuro di sé e condivideva un numero crescente di concetti. Un minimo incoraggiamento è bastato perché un secondo, un terzo e poi un quarto studente si facessero avanti per parlare.

Ho proseguito con la presentazione della seconda parte del materiale e, mentre loro erano impegnati nel nuovo lavoro di gruppo, è arrivato il momento del tè, che per i russi è molto importante. La discussione sulmateriale è proseguita durante il tragitto verso la sala ristorante, durante la pausa di venti minuti e durante il tragitto di ritorno in aula. Una volta tornati in classe, hanno subito ricomposto i gruppi e da quel momento in poi la discussione si è fatta più animata, le applicazioni pratiche si sono intensificate e gli studenti hanno creato e ridisegnato diagrammi e tabelle per spiegare i vari concetti. Gli studenti hanno fatto altre scoperte e hanno posto domande più approfondite sulle prassi della chiesa e sull’applicazione degli spunti ricevuti. Man mano che l’oscurità dell’ignoto si diradava, i miei studenti si comportavano come tutti gli altri studenti del mondo.

Durante la terza sessione, caratterizzata da animate discussioni, l’interprete mi ha guardato con un’espressione stupita e ha detto: “Non ho mai visto accadere niente del genere!”. Sia lodato il Signore!

Durante l’ultima sessione, mentre discutevamo dello Spirito Santo come Insegnante, uno studente, un vicepresidente accademico di Biškek, si è avvicinato alla lavagna e ha aggiunto al disegno del modello quella che sembrava una lingua penzolante, nella parte bassa del cerchio. Ha poi spiegato che si trattava di un manico che trasformava il cerchio in una lente d’ingrandimento. “Lo Spirito Santo è una lente d’ingrandimento. Soltanto Lui può mostrarci la verità”. A questo punto ha cominciato a indicare le varie parti del modello: “Ciò che la Bibbia dice, i nostri bisogni, come dobbiamo pensare e valutare e come insegnare affinché il no stro popolo possa crescere in Cristo”. Ero talmente impressionato che ho violato il codice sovietico della prassi didattica, secondo il quale “gli insegnanti non devono mai far sapere agli studenti di aver imparato qualcosa da loro”. Gli ho detto che era un concetto a cui non avevo mai pensato, ma che da quel momento in poi avrei sicuramente tenuto a mente. Avevo reso quell’“esperto accademico” semplicemente raggiante e nel corso della settimana abbiamo vissuto molti altri momenti simili. Al mo mento dell’esame finale, tutti quanti l’hanno superato con successo.

Quando ci siamo incontrati per l’ultima volta, uno degli studenti si è alzato e ha parlato a nome di tutta la classe. “Grazie per questo corso. Non soltanto ci ha insegnato come insegnare, ma, cosa più importante, ci ha mostrato come farlo. Non insegneremo mai più alle nostre classi allo stesso modo. Speriamo di cuore che lei torni presto”.

Il gruppo proveniente da Biškek si è diretto verso le macchine per il lungo viaggio di ritorno tra le montagne, mentre io sono andato a prendere le mie valigie. Ero davvero grato al Signore per la reazione positiva. Mezz’ora dopo, sono salito in macchina e ho notato che tutti gli studenti erano ancora lì vicino alle loro auto. Fuori si gelava, eppure erano lì, in piedi, senza cappello, in attesa. Ma cosa stavano aspettando? Passando accanto a loro, si sono voltati e mi hanno salutato con la mano, seguendomi con lo sguardo. Non sono incline alle lacrime, ma in quel caso ho pianto. Quando abbiamo girato l’angolo, sono saliti tutti in macchina e sono andati a casa. Lo Spirito Santo ci aveva uniti, aveva costruito dei ponti relazionali e aveva fatto risplendere la luce della risurrezione del Signore nelle tenebre dell’ignoto.

Racconto questa storia con un po’ di imbarazzo, come se fosse qualcosa che dovrei custodire solamente nel mio cuore. Ma le parole spiegano il punto. La Bussola può guidarci anche quando ci addentriamo nell’ignoto. In quella settimana, la vita e la luce sono cresciute nell’oscurità e tutto questo è stato possibile grazie a Cristo. La Bussola è una teologia della formazione cristiana basata sulla Bibbia, cristocentrica e orientata all’apprendimento, che mi ha aiutato a superare l’incertezza di quella settimana, a superare le differenze culturali e a cogliere nuove opportunità di insegnamento.



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