Ciao. Non ci siamo ancora conosciuti. Non so quasi nulla di te. Non conosco il tuo nome, la tua età né se sei un uomo o una donna. Non so neanche se ti piace il tè (ho sentito dire che a qualcuno non piace affatto). Di certo non so cosa pensi delle grandi domande della vita. Ma c’è una cosa che so di te. Tu credi in uno scopo. Intendo, stai leggendo un libro, no? L’hai scelto per un motivo o per un altro. Non soltanto perché riguarda uno scopo: sarebbe stato lo stesso se avessi guardato un film, messo del pane nel tostapane o lavato i denti. Nessuno si lava i denti senza un motivo. Sarebbe strano. Perché allora non concludere sfregandosi le ginocchia? No. Non facciamo le cose a caso. Le facciamo con uno scopo.
Questa mattina mi sono alzato dal letto, non senza uno scopo, ma perché avevo delle cose da fare. Ho fatto colazione, non a caso, ma per avere l’energia necessaria per affrontare la giornata. Ho scelto questa caffetteria perché il caffè è buono e migliore di quello della caffetteria accanto. Ho ordinato un flat white (un doppio espresso con latte montato fine e schiuma sottile) perché è più buono di un cappuccino. Sto scrivendo questa frase, come tutto ciò che scriverò nel corso della giornata, per un motivo preciso: dimostrare che tutto ciò che facciamo è intenzionale.
Uno scopo in scatola
O almeno, questo è ciò che pensavo. Un giorno, tornando alla stazione ferroviaria di Londra Waterloo, vidi un uomo seduto in una scatola di vetro sospesa a circa nove metri sopra il Tamigi. Apparentemente ignaro della folla sottostante che urlava, fissava l’altra sponda del fiume, dove si ergeva l’iconico Tower Bridge. “Un turista americano”, ho pensato. In una scatola?
“È David Blaine, il mago americano”, disse una voce alla mia sinistra. L’uomo canuto aveva sicuramente notato la confusione sul mio volto. “Sta trascorrendo sei settimane lì dentro senza cibo, solo acqua”, ha detto aprendo un panino con pancetta, lattuga e pomodoro.
Ora, forse mi considererete un conservatore, ma non mi è affatto chiaro perché qualcuno dovrebbe starsene seduto in una scatola a nove metri d’altezza senza cibo per sei settimane. O sei giorni. O anche solo sei minuti. Se mai c’è stato un atto di assoluta inutilità, questo lo è di certo, no?
Mi sbagliavo.
Blaine non era un prigioniero. Prima di iniziare la sua esibizione, un giornalista di Londra gli chiese perché volesse sottoporsi a una simile prova, e lui rispose con calma e sincerità:
Quando non hai niente, quando vivi senza nulla, non ci sono distrazioni: sei semplicemente lì, così come sei, quasi in lotta. Penso che quello sia lo stato più puro in cui possiamo trovarci.
Le apparenze possono ingannare. A quanto pare, Blaine non stava facendo il suo numero di auto-denutrizione, da uomo-nella-scatola, per niente. A parte il fatto che ha costruito una carriera internazionale su queste prove fuori dal comune, io gli credo quando insinua che la sua motivazione vada un po’ più in profondità della mia scelta di ordinare un flat white o della tua decisione di leggere questo articolo.
Blaine è salito nella sua scatola di vetro per fuggire da tutto ciò che non fosse la sua mente, il suo corpo e la sua anima, nel tentativo di sperimentare la sua “più pura” umanità. Il fine ultimo dell’essere umano. Senza fronzoli. Senza accessori. Senza aggiornamenti di iOS. Tutto questo suona molto profondo, ma in realtà è ciò che tu e io facciamo ogni giorno.
Tutti noi ci rifugiamo nelle nostre scatole di vetro, soltanto che le chiamiamo in un altro modo.
Per cosa stai vivendo?
Per sperimentare il suo scopo umano più puro, Blaine è salito in una scatola vuota; noi, di solito, le riempiamo fino all’orlo. Esperienze. Approvazione. Piacere. Successo. Oggetti. Comfort. Tecnologia. Relazioni. Apprezzamento. Guadagni. Ciò che vale per la scelta di scegliere un libro è vero anche per la vita nel suo insieme: stiamo vivendo per qualcosa. Stiamo cercando di ottenere qualcosa. Desideriamo ardentemente che la nostra vita non sia inutile, che abbia un senso. Vogliamo uno scopo. E tu? Per cosa stai vivendo?
Ricordo bene quella domanda. Durante il mio primo mese all’università, il pastore degli studenti mi invitò a prendere un caffè. Poiché in quel periodo nel Regno Unito i flat white non esistevano ancora, mi sedetti e iniziai a disegnare dei motivi nella schiuma del mio cappuccino. Poi me lo chiese e basta: “Per cosa stai vivendo, Jonny?”.
Ora, per chi non è di queste parti del mondo, lasciate che vi spieghi: noi britannici amiamo parlare del tempo. Parliamo di tè e di cricket (cercatelo su Wikipedia o immaginate la Regina che gioca a baseball). Non siamo molto bravi a dire se siamo felici o tristi, figuriamoci a discutere delle fondamenta esistenziali che sorreggono le nostre vite spezzate. Ma lui me l’aveva chiesto. La mia espressione silenziosa, da giovane ingenuo, gli avrebbe risposto anche se mi avesse chiesto la stessa cosa in arabo. Non avevo idea. Forse qualcosa riguardo a Gesù?
La sua domanda non mi abbandonò più. Continuò a girarmi in testa per mesi. Per cosa stavo vivendo? Sapevo di dover frequentare l’università per ottenere una laurea, trovare un lavoro e poi avere una famiglia. Per cosa? Per cosa? Per cosa? In definitiva, per cosa? Per diventare cosa? Per ottenere cosa?
Volevo sposarmi. Volevo dei figli, possibilmente più educati degli altri e destinati a Oxford o Cambridge. Volevo un lavoro rispettabile, in cui dimostrare abbastanza leadership da essere considerato di successo, ma anche abbastanza umiltà da essere ritenuto modesto.
Volevo una casa abbastanza grande da testimoniare la bontà immeritata di Dio, ma anche abbastanza piccola da poter dimostrare di vivere una vita “radicale”. Volevo una chiesa abbastanza benedetta dall’insegnamento della sana dottrina da poterla chiamare “casa”, ma anche abbastanza bisognosa, così da poter essere considerato necessario. Volevo degli amici con cui parlare di difficoltà banali, così da apparire, in confronto, pio, onesto e responsabile. Quella era la scatola di vetro in cui ero entrato per cercare di condurre una vita piena di scopo, non davanti a folle di persone, ma nelle profondità del mio cuore affamato. In breve, volevo essere qualcuno per gli altri. Volevo che le persone mi celebrassero. Ecco per cosa vivevo. La domanda giusta avrebbe dovuto essere: “Per chi stai vivendo, Jonny?”.
Anche dopo dodici anni, scriverlo su carta mi sembra un’arroganza brutale. E sarebbe ancora più brutale ammettere che, in molti modi, cerco ancora oggi il mio scopo nelle stesse cose. Voglio ancora piacere alle persone, che pensino che io sia una persona pia, di successo e umile. Vorrei persino che tu mi apprezzassi, eppure non mi hai mai incontrato. Voglio ancora essere riconosciuto. Ottenere risultati, così che la gente noti quando entro in una stanza. Come potrei sentirmi utile, se nessuno mi conosce? Se il mondo non è stato influenzato dalla mia esistenza? Se non ho nulla da raccontare dei miei giorni? Ti suona familiare? Forse sì. Ma se in dodici anni non fosse cambiato nulla, ti direi di chiudere subito il libro: non ne varrebbe la pena. Per fortuna, però, non è la fine della storia. Per me, invece, fu soltanto l’inizio.
Il Dio dello scopo
Vorrei parlarti proprio dello scopo. Più precisamente, di ciò che il Dio dell’universo dice riguardo allo scopo. “In principio, Dio creò” (Genesi 1:1). Non sorprende, quindi, che, essendo stati creati a immagine di questo Dio, tutti noi cerchiamo uno scopo. La prima frase della Scrittura parla di un Dio intenzionale. Egli creò.
Hai mai creato qualcosa senza alcuno scopo? Nemmeno per il semplice piacere di farlo? Hai mai cucinato un pasto senza preoccuparti del suo sapore? Hai mai decorato una stanza senza pensare a come sarebbe apparsa? Hai mai costruito una casa di Lego senza preoccuparti che sembrasse una casa? No. Noi creiamo pasti, case, videogiochi, dipinti e persino modelli di pongo con uno scopo che spazia dal semplice piacere di farlo, al nutrire il corpo, al rendere le cose belle.
Allo stesso modo, Dio ha creato il mondo con uno scopo e vi ha impresso la Sua immagine, ricca di significato, in ogni sua parte.
Basta leggere pochi versetti più avanti per capire cosa disse agli esseri umani appena creati. Poco dopo, affidò loro il compito di sottomettere la terra e dominarla. Dio stava dicendo: “Andate a fare qualcosa”. Andate a creare cultura. Andate a fare frullati. A lavorare e a giocare, a mangiare e a bere. Fate.
Ma perché? Con quale scopo? Per qualunque motivo ci piaccia? Possiamo davvero fare ciò che vogliamo nel suo mondo?
Grazie a Dio, Egli non ci ha dato soltanto il Suo mondo. Ci ha dato anche la Sua Parola, scritta in un libro. In essa ci spiega a cosa serve il Suo mondo, perché ci ha creati, e per cosa esistiamo. Ti sei mai fermato a farti questa domanda? “Per cosa sono fatto?”. Quello per cui stai vivendo è davvero ciò per cui sei stato creato? Ne sei sicuro? Be’, puoi esserlo, perché la Parola di Dio ci dà delle risposte. Non ci lascia nell’incertezza. Questo è l’obiettivo del libro di Dio: aiutarci a comprendere lo scopo di un libro, o di tutto ciò che esiste nel mondo di Dio, compresa la tua e la mia vita.
Immagina come deve essersi sentito David Blaine quando, dopo sei settimane, è uscito da quella scatola. Lo spazio aperto gli sarà sembrato pura libertà. Il primo boccone di pane gli sarà sembrato un banchetto. Il primo sorso di succo gli deve essere sembrato miele. Vedi, Dio non ci invita a passare da una piccola scatola a un’altra. Ci invita a uscire dalla nostra scatola limitante e soffocante per entrare nel nostro scopo umano più vero e puro: gustare la vita come è stata pensata, partecipare al banchetto dei suoi doni migliori e assaporare la dolcezza della gioia eterna.
È davvero un’offerta notevole, sono certo che tu sia d’accordo.
Scopri (e fai scoprire) il vero scopo della vita
Hai mai avuto la sensazione di dover “capire cosa fare della tua vita” prima di poter davvero vivere? Tra aspettative, scelte e continui confronti, è facile sentirsi in ritardo, confusi o sotto pressione. Ma la domanda più importante non è soltanto “che cosa farò?”, bensì “per Chi sto vivendo?”.
Con un linguaggio fresco e concreto, Jonny Ivey ci aiuta a riscoprire che lo scopo della vita non è un segreto da indovinare, né un successo da inseguire. È una direzione: appartenere a Dio, essere trasformati da Cristo, e vivere ogni giorno – studio, amicizie, tempo libero, futuro – alla gloria di Dio.
Con uno stile diretto e un umorismo disarmante, l’autore smonta le false promesse che sembrano dare un senso alla vita (approvazione, performance, piacere) e indica una via più sicura: una vita che assomiglia a quella di Gesù. Un invito semplice e potente: non rincorrere un’immagine di te stesso, ma seguire Cristo e trovare la tua vera identità.